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giovedì 21 gennaio 2010

Lasciamo che i figli apprendano da padri e madri e nonni

Da "Avvenire" 21/01/2010

LA POLEMICA SUL RECUPERO DELLA TRADIZIONE ORALE E DIALETTALE IN VENETO

Lasciamo che i figli apprendano da padri e madri e nonni

FERDINANDO CAMON

S
i prova simpatia per la nonna che, ricevendo la visita del nipotino, nella casa di riposo di Noventa Padovana, gli canticchia filastrocche in dialetto veneto. Così facendo gli trasmette il proprio mondo: è, non sembri un concetto smisurato rispetto al fatterello, un modo per non morire. Noi tutti sentiamo che non moriamo interamente se depositiamo le nostre memorie, la nostra vita, nel cervello di chi sopravvivrà. È per questo che si scrivono i libri.
Se è possibile un altro salto ancora: è da qui che i Greci ricavarono il mito di Edipo. Il padre di Edipo aveva ricevuto ordine dal dio di non generare figli, ma lui sentiva che morire senza figli vuol dire morire completamente. Quindi generò Edipo. Il dio s’infuriò e punì lui (facendolo uccidere dal figlio), la madre (facendola sposare dal figlio), i figli del figlio. Ma torniamo a noi. Se quella nonna non consegna le filastrocche dialettali al nipotino, la piccola sapienza di quelle cantilene va perduta per sempre. A scuola, la maestra ha avuto l’idea di assegnare come compito agli scolari quello di trascrivere una poesiola dall’italiano in dialetto e un’altra dal dialetto in italiano. Ne è nato un pandemonio: questo è leghismo, è anti-italianità, e poiché nella scuola ci sono anche bambini stranieri, è anti-ospitalità. Ma ragioniamo.
La nonna che insegna filastrocche al nipotino è uno dei pochissimi casi in cui una cultura vien trasmessa per via verticale, da una generazione precedente a una successiva.
Non succede quasi più. I figli non apprendono dai padri, per via verticale, ma dagli amici, per via orizzontale. Questo ha
una conseguenza di portata immensa: muore la tradizione. Tradizione vuol dire trasmissione del sapere, in modo che il sapere dei figli erediti il sapere dei padri. Nel Veneto, la generazione dei padri, e ancor più quella dei padri dei padri, era molto religiosa: era nota, apprezzata o derisa, per questo. Adesso nella generazione dei figli ci sono troppi irreligiosi. Quando mi chiedono qual è la più grande trasformazione del Veneto o delle Venezie (che ora si chiamano Nord-Est), in questo mezzo secolo, indico questa. Non il paesaggio, non la ricchezza, non l’immigrazione. Troppi figli non sono figli dei padri. Hanno altre origini e vivono altre vite.
La vita dei padri non la conoscono: né la vita intesa come biografia né la vita intesa come storia: il passato rischia di perdersi. È un peccato, perché c’è tanta grandezza in quel passato: l’intera nazione vede l’uomo veneto come oligofrenico, dialettofono, casalingo, docile, bestia da soma. L’uomo veneto non è mai stato così. È stato un uomo abitato da valori immensi, Dio, il diavolo, il dovere, il lavoro, il risparmio, il culto dei morti, il rispetto dell’autorità in famiglia e nella società. Tutto questo è depositato nella tradizione orale, e recuperarne qualche squarcio è salvifico per l’ultima generazione, quella dei bambini: lasciamo che la imparino, ne riceveranno un bene. Manteniamo il ponte fra quel nipotino e quella nonna. Ci sono tanti cinesini in classe? E perché non guidare anche loro a recuperare qualcosa, quel che possono, della vita dei loro nonni? Un bambino italiano racconta la sua nonna, un bambino cinese fa altrettanto con la propria, e così s’incontrano.
Reprimendo questi recuperi delle origini, in classe nessuno incontra nessuno. Perché in quella classe non c’è nessuno. È vuota.


domenica 8 marzo 2009

UN FILM CHE SPAVENTA ARRIVA «KATYN» E DALL’ITALIA UNA SECONDA CENSURA

LUIGI GENINAZZI - L'Avvenire, 8 marzo.2009
L
a sala è stracolma di spettatori commossi: sul grande schermo scorrono le immagini della doppia in­vasione, nazista e sovietica, nella Po­lonia del 1939, una sequenza tragica che toccherà il suo culmine nella stra­ge di oltre ventimila ufficiali dell’e­sercito polacco compiuta dai bolsce­vichi per ordine di Stalin. 'Katyn', il film realizzato da Andrzej Wajda nel 2007, è giunto finalmente in Italia. Un film bellissimo che rievoca uno dei più atroci e ignorati massacri del se­colo scorso senza risparmiare alcun dettaglio dell’orrore, ma al tempo stesso senza cedere all’odio.
Il grande regista, già noto in tutto il mondo per aver realizzato capolavo­ri come 'Danton' e 'L’uomo di mar­mo', fa scorrere davanti ai nostri oc­chi la dignità e il coraggio delle vitti­me, la tenacia e la fierezza delle don­ne e dei familiari che aspettano con­tro ogni speranza il ritorno a casa dei loro cari, l’angoscia di un’intera na­zione schiacciata da due opposti to­talitarismi che si rinfacciano la re­sponsabilità dell’eccidio fino al trionfo della menzogna imposta dal vincitore sovietico e sostanzialmen­te accettata dagli Alleati occidentali. Solo dopo la caduta del comunismo la verità su Katyn ha smesso di esse­re un argomento tabù. Andrzej Waj­da ce la riconsegna con uno stile so­lenne ed austero più efficace di qual­siasi invettiva. «Il mio film vuol esse­re un’elegia che tocca i cuori, non u­na clava da usare in una nuova guer­ra della memoria», ci aveva detto l’an­ziano regista in occasione dell’uscita del film in Polonia.
Adesso è arrivato anche nel nostro Paese ma solo pochi fortunati sono riusciti a vederlo. 'Katyn' viene proiettato in pochissimi cinemato­grafi, 12 in tutt’Italia. Com’è possibi­le che un simile capolavoro non tro­vi spazio se non in circuiti ristretti o nei cinema d’essai? Non è certo col­pa della società di distribuzione 'Mo­vimento Film' il cui responsabile, Mario Mazzarotto, ammette sconso­lato che «di 'Katyn' in versione ita­liana sono disponibili molte più co­pie di quante ne circolano attual­mente, ma sembra che si stia facen­do di tutto per boicottarne la visibi­lità ». Censurato e avvolto nella men­zogna di regime per oltre mezzo se­colo, Katyn è stato un nome difficile da pronunciare ad alta voce anche qui da noi. Nell’immediato dopo­guerra ci fu chi venne sottoposto ad un vero e proprio linciaggio morale da parte del Pci di Togliatti per aver sol­levato i veli sull’eccidio che porta il marchio sovietico. Vogliamo credere che quella stagione d’inquietante o­mertà sia archiviata per sempre. Ma allora come si spiega quest’ottusa preclusione delle nostre sale cine­matografiche?
Forse perché 'Katyn' viene conside­rato un film di scarso richiamo e di magri incassi? Non è così. Certo, non farà concorrenza ai film-panettone di Boldi e De Sica ma c’è un pubblico interessato a vederlo. L’altra sera, a Milano, c’era gente in piedi ad assi­stere alla seconda (ed ultima!) proie­zione del film di Wajda. E centinaia di persone, dopo aver fatto inutilmente la fila al botteghino, sono tornate a casa senza averlo potuto vedere. A meno di un ripensamento di qualche gestore, non avranno più un’altra oc­casione. Il che rappresenta un con­tro- senso anche dal punto di vista commerciale.
Ma 'Katyn' è un film che dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole, un contributo al recupero di quella 'me­moria storica' che politici ed educa­tori sottolineano sempre con grande enfasi. Invece in Italia viene relegato, ignorato e sottilmente boicottato. C’è di che vergognarsi: dopo i sovietici, siamo riusciti a censurare Katyn una seconda volta.