domenica 13 dicembre 2009

CATENA DI SUICIDI NEL NORD EST (Avvenire)

CATENA DI SUICIDI NEL NORD EST
Il lavoro, la crisi, la vita Tragedie quotidiane oscurate

GABRIELLA SARTORI

C
risi, forse il peggio è passato. E forse no.
Sta di fatto che le sue vittime la crisi continua tragicamente a mieterle. Si è molto parlato dell’epidemia di suicidi fra manager e dirigenti di France Telecom; quasi nessuno, invece, ha fatto cenno di quelli che continuano a segnare il Nord Est italiano, specie il Veneto. Là dove il lavoro, da sempre, è una ragione di vita. Numeri da far paura, percentuali ben al di sopra della media nazionale. In poco più di un anno, sono già più di dieci i piccoli imprenditori morti per suicidio: l’ultimo, Danilo Gasparin, 61 anni, di Istrana, nel Trevigiano, si è tolto la vita l’altra notte, col gas di scarico della propria auto. La sua passione, da sempre, era la scultura in ferro battuto: molti cancelli e porte del suo paese, oggi sconvolto dalla tragedia, li aveva “firmati” lui. Poi l’inizio della crisi, meno soldi in circolazione, il diniego di fidi e prestiti da parte di alcune banche (quelle non più locali, le quali erano ancora capaci di valutare l’uomo che avevano di fronte, non solo i conti, specie se non tornano). Lui non aveva mollato: si era riciclato prima come come gommista e riparatore di marmitte, poi era disperatamente tornato al primo amore. Affittati ad un locale pubblico parte dei suoi spazi di lavoro pur di tirare avanti, si era ridotto in pochi metri quadrati dove scolpiva i suoi crocifissi in ferro che rivendeva al mercato. Ma ancora non riusciva a farcela. Nel biglietto lasciato a moglie e figli ha scritto: vi chiedo scusa, gli affari vanno a rotoli, non posso più andar avanti così.
Una storia del tutto analoga a tante altre che colpiscono soprattutto la zona fra Treviso ,Vicenza e Padova: il 12 ottobre 2008, “cade” un geometra imprenditore di Montegrotto Terme che si spara dopo aver tentato tutto il possibile per far uscire dalla crisi l’azienda. A fine maggio 2009, Stefano, di Fontanelle ( Treviso), si impicca: non sopporta l’idea di licenziare gli operai che sono anche i suoi amici. Subito dopo è la volta di un altro trevigiano, laureato, di Vittorio Veneto: si getta sotto il treno dopo aver passato il pomeriggio in disperate telefonate di aiuto per salvare l’azienda e i “suoi” dipendenti. A luglio è un imprenditore padovano che si uccide, a settembre si contano tre suicidi a Vicenza e un altro a Padova: ma il tragico elenco non è completo. Fra i moltissimi commenti a queste notizie che i giornali locali ospitano, colpiscono le parole ricorrenti di tanti colleghi di professione e di sventura: sono sommerso dai debiti, nessuno mi dà una mano, non ho più il coraggio di guardare in faccia mia moglie e i miei figli, non posso lasciare tante famiglie sul lastrico, sto per “mollare” anch’io. È una una tragica epidemia che colpisce più duro là dove, tradizionalmente, è più forte una radicata “etica del lavoro”: che è un valore, una ricchezza umana e sociale, del tutto ignota ai furbi di ogni specie, in primis a quelli della “finanza”. Sono questi morti dei “caduti sul lavoro”? C’è chi, non senza ragione, lo pensa.
Eppure nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa: non la politica, non le istituzioni. E non parliamo dei mass media: un fiume di parole e di immagini per prostitute/i di ogni genere, per mafiosi, assassini, delinquenti, meglio se efferati. Per gli altri, le vittime della crisi di cui nessuno parla, niente di niente.
Una notizia in cronaca locale e ciao. Basta così? C’è da dubitarne.






Powered by TECNAVIA / HIT-MP
">Copyright (c) Avvenire


sabato 5 dicembre 2009

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN (Avvenire)

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN/1
La scienza immolata sull’altare della politica

RICCARDO CASCIOLI

G
uardando ad alcuni fatti che stanno accadendo mentre si avvicina il vertice di Copenaghen sul clima, si fa fatica a sfuggire alla sensazione che la «politica del clima» non abbia niente a che fare con la «scienza del clima». Esemplare da questo punto di vista è ciò che è avvenuto attorno al «Climagate», ovvero alla pubblicazione di migliaia di e-mail rubate alla banca dati del Climate Research Unit (Cru) dell’Università di East Anglia (Regno Unito). In queste mail decine di scienziati tra i più influenti si scambiano una serie di suggerimenti per «pilotare» dati sulle temperature e pubblicazioni di studi in modo da ottenere i risultati voluti (in senso allarmista). Essendo il Cru il principale partner dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) – l’organismo dell’Onu che con i suoi rapporti ha posto le basi per gli allarmi sulle catastrofi prossime venture e conseguenti politiche contro i cambiamenti climatici – ce ne sarebbe abbastanza per fermarsi almeno un momento e vederci chiaro, ponendosi qualche domanda: è vero che questi scienziati ci hanno preso in giro? E se sì, qual è il punto vero della conoscenza scientifica sul clima? E la conoscenza attuale giustifica le drastiche scelte economiche e politiche che abbiamo già preso e quelle ancora più costose che stiamo cercando di prendere? E invece, mentre dal Cru arrivano le prime dimissioni, la «politica del clima» va avanti come se nulla fosse accaduto. E nessuna domanda o riflessione, neanche a proposito del rapporto riservato sui cambiamenti climatici preparato per la Cia nel 1974, venuto alla luce appena tre giorni fa.
Un rapporto molto interessante perché vi si leggono tutte le previsioni catastrofiche che oggi ci sono ormai familiari, ma il fenomeno osservato dagli scienziati era il raffreddamento globale, il ritorno alle condizioni della «piccola era glaciale» (1600­1850). Su tale previsione anche allora, ci dice il Rapporto, c’era il «consenso» degli scienziati e curiosamente il principale sostegno alla tesi del raffreddamento globale veniva dallo stesso Cru, oggi al centro del «Climagate», che aveva ricostruito la climatologia della Terra per un periodo di 50 milioni di anni. Se la «politica del clima» avesse a che fare con la «scienza del clima», sarebbe doveroso chiedersi come mai gli scienziati del Cru abbiano cambiato in pochi anni la loro opinione in modo così clamoroso. Perché nell’ipotesi in cui i miliardi di dollari che è costato il Protocollo di Kyoto e quelli che costerà il dopo-Copenaghen fossero spesi sulla base di una scienza truccata, qui sì che ci sarebbe da allarmarsi. Come minimo, bisognerebbe istituire una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente. E invece silenzio. A Copenaghen come se niente fosse successo. Al contrario, si moltiplicano gli allarmi sui cambiamenti climatici, anche i più improbabili.
Anche da parte dei leader dei Paesi in via di sviluppo, che fanno a gara a chi è più vittima del riscaldamento globale, così da assicurarsi una congrua fetta dei miliardi che i Paesi ricchi dovranno pagare per le loro emissioni. Ma anche qui a detrimento della scienza e dell’ambiente.
Perché questa specie di 'isteria collettiva' sui cambiamenti climatici impedisce di affrontare seriamente i veri problemi ambientali di questi Paesi, tutti riconducibili alla situazione di sottosviluppo, una condizione che rende vulnerabili ai capricci del clima, così come alle malattie, alle crisi economiche globali e così via. Ma lo sviluppo, con le sue emissioni di CO2, è il nemico numero uno dei «politici del clima» e si farà di tutto per evitare che accada. La tendenza oggi dominante è di porre limiti alla presenza umana, sia quantitativa (controllo delle nascite), sia qualitativa (limiti allo sviluppo). Le agenzie dell’Onu fanno a gara per rilanciare questo messaggio. E quello che dovrebbe allarmare è che a Copenaghen dominerà questa ideologia, che usa la scienza anziché ascoltarla, e che in nome dell’ambiente sacrifica l’uomo.

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN/2
La questione energetica è il nostro futuro

GUIDO CAROSELLI

L
a divulgazione ha bisogno di immagini e di esempi. Il rischio che si corre è quello di forzare i concetti, di portarli non esattamente al centro di un ragionamento scientifico ma, a volte, border line :
mai al di fuori, ma vicino al confine dei fatti provati.
Per la questione ambientale, è stato fatto più volte, bisogna ammetterlo. Il punto nodale è: non si tratta di una questione puramente scientifica e accademica, quanto invece di un problema che coinvolge tutta la Terra e i suoi abitanti; dunque la questione è politica, perché si tratta di decidere per il bene comune, o quantomeno per il minore dei mali possibili. E non vi è da convincere la comunità scientifica ( nella grande maggioranza già convinta dell’effetto serra), ma la gente comune e dunque anche la classe politica e l’industria. Facciamo allora, anche qui e ancora una volta, degli esempi per capirci meglio.
Affrontare i problemi climatici riconoscendo la responsabilità umana è come intendere di riparare il tetto di casa. Perché la questione è ecologica. I fatti dimostrano che l’incuria nella sistemazione del territorio, dei corsi fluviali, dei boschi, dei pendii, dei litorali si paga a caro prezzo ogniqualvolta che, per accertate cause naturali, si verificano eventi atmosferici o moti ondosi di grande intensità.
L’interruttore, che non dipende da noi, mette in moto una serie di forze che devastano i nostri beni, per nostra imprevidenza. È come smettere di fumare: la questione è vitale, perché il bene più prezioso, ancor più delle cose e delle opere, è quello della vita e della salute. Continuare a spendere energia nelle forme e nelle quantità attuali ( o addirittura crescenti per i Paesi in via di sviluppo) equivale a sostenere che il fumo non fa male, o che non è detto che nuoccia. Meglio fidarsi, invece, delle prevalenti ricerche mediche e dei conseguenti comportamenti preventivi.
Le politiche energetiche del passato- presente, che sono all’origine del riscaldamento globale, sono strettamente connesse alla emissione di sostanze inquinanti. Evitare i danni della polluzione atmosferica ci aiuta a contenere anche l’effetto serra. E viceversa.
Un po’ come mettere i soldi da parte, o investirli in beni produttivi per le generazioni future, e probabilmente anche per noi stessi.
È intervenuto giorni fa il premio Nobel Carlo Rubbia a spiegarci che il nucleare non può esimerci dai rischi connessi e non può costituire un buon investimento in tempi brevi per la produzione di energia. Il celebre fisico ha invece sottolineato, ancora una volta, la bontà della scelta solare. Si può aggiungere che anche l’energia eolica è conseguente a quella solare, essendo il vento il frutto della differenza di pressione ( e quindi della radiazione solare) da punto a punto della Terra. L’economia si trova tuttora in uno stato di crisi grazie a perduranti speculazioni finanziarie, al ricorso a disinvolte manovre vuote come scatole, senza garanzie di materie prime, senza buone spalle e capacità imprenditoriali. L’economia del petrolio e del carbone, al di là di questi mali sciagurati, ha finito comunque per portarci più effetti collaterali che benefici. È vero che, al momento, niente dà più energia di un litro di benzina. Ma le fonti rinnovabili sono praticamente inesauribili, sono destinate, se sostenute da investimenti iniziali, a costare sempre meno e sono suscettibili, agli occhi di persone capaci e lungimiranti, di dare ossigeno all’occupazione e all’economia del mondo. Perché la questione, oltre che economica, oggi è davvero globale.


giovedì 27 agosto 2009

TESSERA DEL TIFOSO, SÌ O NO MA IL CALCIO VUOLE BATTERE LA VIOLENZA? (Avvenire)


TESSERA DEL TIFOSO, SÌ O NO
MA IL CALCIO VUOLE BATTERE LA VIOLENZA?

A LBERTO C APROTTI

C
he la tessera del tifoso, ambiziosa iniziativa del Viminale per preve­nire la violenza negli stadi, non piaces­se agli ultras che abitano i nostri stadi, era scontato. Come pure che fosse mal digerita dai club di calcio, obbligati a farsene carico. E finalmente a fare dav­vero qualcosa contro il teppismo, do­po aver approfittato da sempre della di­fesa offerta ogni domenica dalle forze dell’ordine, pagata dai contribuenti. A sorpresa però ora ci si è messo pure Marcello Lippi. Che se dice che la Ju­ventus è la favorita per lo scudetto sca­tena perfide reazioni e ridicoli dibatti­ti, mentre provoca appena un’alzata di sopracciglio se, come è accaduto ieri, con l’autorità di commissario tecnico della Nazionale afferma che la tessera del tifoso «ghettizza e non mi piace».
Così, purtroppo, saranno forti anche di questo illuminato parere, le centinaia di ultras che si sono dati appuntamento a Roma per il 5 settembre: proteste­ranno, poverini, per difendere il loro di­ritto a fare i tifosi estremi e “non ghet­tizzati”.
Insomma, al ministro Maroni il calcio continua a regalare tristezze. Ma è an­che vero che al pallone (per tradizione impunito e impunibile) il Viminale a­vrebbe potuto probabilmente imporre subito un rigore ben diverso. Della tes­sera del tifoso infatti si parla come atto ufficiale dal 28 maggio del 2008. Obbli­gatoria, necessaria, da introdurre do­po che siano trascorsi i tempi tecnici per approntarla... Ne abbiamo sentite tante. E intanto i mesi sono passati, i club di calcio hanno fatto finta di di­menticarsene e quello che poteva es­sere un buon tentativo per difendere l’ordine pubblico, è diventato una bar­zelletta.
Riassumendo: la “tessera” sarebbe uno strumento di fidelizzazione, conter­rebbe le generalità del tifoso, verrebbe concessa solo previo controllo dei pre­cedenti penali dell’interessato, e so­prattutto verrebbe negata a chi sia sta­to condannato, anche in via non defi­nitiva, per reati commessi in occasione o a causa di manifestazione sportive negli ultimi cinque anni. Dire che si trat­ta di una «grave limitazione della libertà personale», pare francamente ridicolo. Piuttosto il condizionale è inevitabile, visto che solo l’Inter (e in parte il Milan) si sono adeguate sinora alle disposi­zioni del Viminale. Che però – a fronte delle oziose risposte da parte del mon­do del calcio – ha scelto la politica del rinvio, confortando chi in questa ope­razione altro non vede che una forma di «schedatura» del tifoso. Sufficiente per far venire l’orticaria ai puristi della privacy. Francamente ipocrita, visto che chi non ha mai usato catene e coltelli, può sopportare il fastidio di una tesse­ra in più nel portafoglio. E che, soprat­tutto, andare allo stadio in trasferta non è obbligatorio, mentre senza un telefo­no cellulare, o una carta di credito non puoi vivere. E con quelli in tasca sei “schedato”, da sempre. Con tanti salu­ti
alla privacy. Il ministro Maroni, a Ferragosto, ha an­nunciato di aver firmato una circolare che prevede che tutte le società di cal­cio «dovranno garantire la tessera a chi la chiederà entro il 31 dicembre», e che «dal 1° gennaio 2010, le società potran­no vendere i tagliandi riservati ai setto­ri ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso». Date e scaden­ze che si spera abbiano un significato definitivo. Perché che si tratti di uno strumento valido per arginare i delin­quenti che con la scusa della partita vanno in trasferta solo per picchiare e terrorizzare la gente perbene, è tutto da dimostrare. Ma che la violenza nel cal­cio resista (6 arresti, 54 denunce e 60 proposte di Daspo solo nella prima di campionato, con in più l’inquietante ricomparsa improvvisa degli hooligans, a Londra), e che il pallone continui a farsi beffe delle disposizioni ministe­riali, sono realtà che non ci stanchere­mo di denunciare.

martedì 11 agosto 2009

Il Comune rimprovera gli Stati degli stranieri (il Giornale di Vicenza)

1.

Crisi, il sindaco alle ambasciate: «Intervenite voi»

(vedi)


2. ------------------------------------------

EMIGRANTI. La Giunta scrive alle ambasciate di Bangladesh, Serbia, Ghana, Albania e India

Il Comune rimprovera
gli Stati degli stranieri

Antonella Fadda

«Secondo le convenzioni i Paesi di origine devono prendersi cura dei loro cittadini in difficoltà»

  • Martedì 11 Agosto 2009
  • PROVINCIA,
  • pagina 29

In costante aumento gli stranieri a Montecchio Maggiore
«Non hanno lavoro: in base agli accordi internazionali dovete prendervene cura voi». Questo il senso della lettera inviata ieri mattina dall’amministrazione di Montecchio alle ambasciate di Bangadesh, Serbia, Ghana, Albania e India. Un’iniziativa destinata a far scalpore con la quale il Comune castellano, ma lo stanno facendo altri comuni leghisti, richiama questi Paesi al dovere di fornire assistenza ai propri connazionali in Italia, secondo quanto stabilito dalla Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, in base alla quale i Paesi aderenti si impegnano “a prestare soccorso e assistenza ai cittadini, siano questi persone fisiche oppure giuridiche, dello Stato d’invio”.
«La nostra non è la solita richiesta generica – afferma l’assessore ai servizi sociali, Livio Merlo – ma un vero e proprio appello alle responsabilità da parte di questi Stati nei confronti dei loro cittadini». Un invito preciso alle ambasciate affinché si attivino a prestare aiuto ai loro connazionali rimasti senza lavoro in seguito alla crisi economica.
«I fondi destinati alle famiglie in difficoltà sono limitati - prosegue Merlo - e le previsioni economiche per l’autunno sono pessimistiche. Ci aspettiamo numerose richieste di aiuto e preferiamo, in questo caso, dare la precedenza agli italiani che hanno contribuito alla crescita della città». Nessun razzismo, precisa l’assessore: «È giusto che ogni Stato si prenda carico delle difficoltà dei propri cittadini e non le attribuisca a noi».
«La perdurante crisi economica ed occupazionale che ha colpito molti Paesi, tra i quali l’Italia e naturalmente anche la città di Montecchio, ha provocato la perdita di molti posti di lavoro e un forte della disoccupazione - scrivono anora il sindaco Milena Cecchetto e l’assessore Merlo agli ambasciatori -. In qualità di amministratori locali siamo preoccupati per il costante aumento del numero di persone e di famiglie, tra i quali figurano molti cittadini provenienti dal suo Paese, che si rivolgono ai nostri servizi sociali per chiedere un sostegno economico in quanto rimasti senza sostentamento».
Cecchetto e Merlo ribadiscono che le risorse a disposizione dell’amministrazione sono limitate rispetto al costante aumento delle richieste. «Chiediamo l’attivazione da parte del consolato competente di avviare i meccanismi di soccorso ed assistenza economica previsti dalla Convenzione - concludono -, nonché l’organizzazione di un piano di rientro per le persone che, per la perdita del posto di lavoro, risultano prive mezzi».

Un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo (Avvenire)

I L RADIOSO MONDO NUOVO DEL PROF .V ERONESI
Un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo

M ARINA C ORRADI

« L
e donne non si fermano: la vittoria dell’approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo » . L’incipit dell’articolo del professor Umberto Veronesi su
Repubblica

è uno squillo di tromba; come l’annuncio di prossime certe e trionfali vittorie da parte di un condottiero, o un generale. Alla definizione della pillola abortiva come ulteriore tappa della liberazione femminile non erano arrivati, almeno apertamente, i più accesi fautori dell’aborto da bere. A dirla tutta, a uscir fuori al naturale, ci ha pensato il maestro di pensiero della medicina politicamente corretta.
La pillola dell’aborto, « metodologia meno traumatica » , come un’altra pietra d’inciampo sgomberata da un vittorioso storico cammino femminile. In cui bisognerà, dice il professore, « ridisegnare gli spazi » fra procreazione e impegno pubblico delle donne: senza dimenticare una « superiorità » femminile, quella per cui una donna può fare un figlio senza un uomo, solo con una provetta di seme. Quella per cui una donna potrà un giorno clonare se stessa, e un uomo no.
È lo scenario di una egemonia femminile superomistica, quella tratteggiata da Veronesi. E in questo radioso avvenire la pillola abortiva è un passo avanti. Verso il futuro Dominio delle Donne. O delle Superdonne. Fantastico. Peccato che questo disegno sia un evidente esempio di delirio di onnipotenza maschile. Pensateci: il famoso oncologo, nell’immaginare la rivoluzione femminile, altro non fa che disegnare il mondo come sarebbe, quando lo comandassero delle donne con un cervello assolutamente maschile.
Donne educate da una cultura di potere, per le quali il sogno è liberarsi agevolmente di ' ostacoli' quali un figlio per essere più pronte a inseguire carriera o successo. Ora, è vero che di donne così ce ne sono sempre di più; aggressive, abili, perfettamente omologate al modello socialmente vincente. Ma che questa sia davvero rivoluzione femminile, è ciò che potrebbe dire un osservatore molto superficiale. Uno che, delle donne, non conosca la radicale, spesso tacita alterità. Scritta nei geni, nel corpo, perfino in quel ritmo che ogni mese scandisce il tempo dell’età feconda, come una domanda: vuoi che un altro viva? Come una profonda vocazione all’altro, che non si contenta degli idoli o balocchi del potere maschile. L’immaginazione di Veronesi di un mondo di Amazzoni autosufficienti è pura deriva di onnipotenza maschile. E solo un uomo può pensare mondi simili: clonando, con antica arroganza, la sua misura del vivere e sovrapponendola alle donne. Ma le autistiche Amazzoni che fanno figli da sole, sono fortunatamente un orizzonte futuribile e lontano.
Drammaticamente attuale invece è la questione della pillola abortiva. E il messaggio dell’oncologo delle donne, del medico ' democratico', è: è un passo avanti nella vostra liberazione. Un veleno che annienta un figlio, è un pezzo di liberazione conquistata. Pare di risentire gli echi della battaglia, quando alle ragazze degli anni Settanta l’aborto legalizzato venne raccontato come una conquista e quasi una promozione sociale. Rieccoci: dai giornali giusti i maestri giusti conducono i loro corretti sermoni. Mia figlia ha dodici anni: è della generazione che crescerà nella nuova vulgata.
Con una pillola che educa a pensare che quel problema è, in fondo, un problema da poco. Solo una pillola: fra qualche anno sarà possibile non mancare neanche un giorno al lavoro. Così vi vogliono, bambine: produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini. È questa, la rivoluzione millantata.
Dimenticarsi di sé, di una propria natura, di un’accoglienza all’altro come scritta addosso: nella generosità del grembo, nello sguardo.
Dimenticarsi di sé nel radioso, livido Mondo Nuovo del professor Veronesi.





Powered by TECNAVIA / HIT-MP
">Copyright (c) Avvenire


giovedì 16 luglio 2009

sabato 20 giugno 2009

Referendum

La Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 75.
È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di
autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei
deputati.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum.


Sezione II Revisione della Costituzione. Leggi costituzionali.
Art. 138.
Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali ..(omissis).. sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

lunedì 15 giugno 2009

Avviso: Pozzato Cuman Parolin - Genealogia

Sono stati creati tre blog relativi ai discendenti di:
  • Antonio Pozzato (Toni Stivan, Sandrigo 1873-1950 )
  • Giuseppe Cuman (Sandrigo 1887-1915)
  • Piero Parolin (Piero Merlo, 1883-1962 Sandrigo)
e ad essi riservati. Per potere accedere al blog scrivere a maspozz@tiscali.it

sabato 6 giugno 2009

Due parole al magistrato (il Giornale di Vicenza)

BOSS STRESSATO

«Due parole al magistrato»

  • Sabato 06 Giugno 2009
  • Altra,
  • pagina 54
È fresca di stampa la notizia che un boss, sottoposto al regime carcerario del 41 bis (in quanto, dal carcere, continuava a gestire i propri affari) è così stressato dallo stato di denzione da risultare affetto da un forte stato di depressione, tanto che gli sono stati concessi gli arresti domiciliari , in quanto “l'affetto dei famigliari è per lui terapia unica ed insostituibile”.
Bene, mi pare che in carcere la gente non venga messa per divertirsi; voglio dire che stare in carcere comunque deve comportare, a mio avviso, una certa sofferenza altrimenti ci sarebbe la gara per usufruire di questo soggiorno a carico della comunità. Vorrei anche far osservare al magistrato che ha preso questa decisione che in questo paese almeno la metà degli italiani è depressa: quando pagano le tasse, quando perdono il posto di lavoro ed hanno il mutuo da pagare, quando hanno bisogno di una visita medica specialistica e non sanno quando verrà loro concessa, quando si rivolgono ad un magistrato per fa valere i propri diritti e non ottengono risposte neanche dopo una decina d'anni da questa giustizia che, guarda caso, nella fattispecie è stata molto solerte.
E così via. Non mi sembra che a qualcuno interessi lo stato di salute di queste persone. Mi si dirà che un conto è la giustizia penale ed un conto quella civile, ma la gente comune, quella per intenderci che fatica a tirare alla fine del mese, è abituata a vedere la sostanza delle cose mentre una gran parte dell'apparato di questo stato pensa solo alla forma.
Che dire di più? Come possiamo pensare che si possa porre rimedio alle tante magagne di questo paese quando i poteri sembrano andare soltanto verso un'unica direzione?
Enos Bussolaro
Vicenza

LA LEGGE SULLA SICUREZZA E IL NODO CLANDESTINI (il Giornale di Vicenza)

Se manca cade ogni prospettiva di qualità della vita

Gianfranco Dori (il Giornale di Vicenza)

  • Sabato 06 Giugno 2009
  • NAZIONALE,
  • pagina 44
L'esigenza fondamentale di garantire la sicurezza ai propri cittadini, minacciata sia all'interno che dall'esterno, è la base fondante dello stesso formarsi di uno Stato. A chi tocca garantirla? Può lo Stato delegare la tutela di questo diritto? La domanda diventa quasi retorica quando i cittadini, per norme costituzionali, hanno uguali diritti e doveri: vale il principio della sussidiarietà!
La legge approvata dal Parlamento sulla sicurezza non contiene forzature elettorali; si tratta di norme che danno organicità ad esigenze sostanzialmente condivise da una larghissima maggioranza di cittadini e anche da un'ampia rappresentanza politica.
Gli eccessi sono contenuti semmai nelle dichiarazioni alla stampa: in qualche troppo trionfante affermazione sulla bontà dei provvedimenti, e di contro in accuse al governo di nostalgie fasciste e di razzismo. È a questi eccessi che si è riferito il Presidente della Repubblica invitando tutti ad una maggior misura nelle parole. Le cosiddette ronde possono anche non piacere; è certo però che i problemi non si risolvono con le parole, ma con i fatti e le decisioni. In Italia l'immigrazione clandestina è un gravissimo problema cui finora nessuno voleva metter mano. Verificare l'asilo politico è sacrosanto; ma chiedersi nel contempo dove va l'immigrato clandestino, come vive e di cosa, da chi viene reclutato, è doveroso compito di un governo responsabile.
Il Nordest ha integrato migliaia di famiglie di immigrati dando lavoro, casa, scuola, sanità; nessuno può pretendere di insegnargli come ci si comporta in una società già multietnica. Le battute possono trovare il tempo che trovano e alcune possono essere considerate pessime; ma le linee politiche in tema di presenza sul territorio vanno condotte con serietà in termini di sicurezza. Proviamo a farci sorprendere senza un documento d'ingresso in qualsiasi altro Paese del mondo. Con i disperati abbiamo dimostrato di essere generosi e ospitali, ed è forse questo che ha fatto del nostro Paese un paradiso per tutti gli immigrati, meritevoli e non. Ma la disperazione porta a comportamenti disperati. E' di questi comportamenti che la gente ha paura e si è stancata. Non c'è bisogno di alimentare la paura: basta leggere giornalmente le cronache locali o ascoltare i telegiornali per essere dalla parte della gente.
Chi ci governa, a livello nazionale o localmente, ha il dovere di dare sicurezza ai propri amministrati; se manca la sicurezza cade ogni prospettiva di dare o migliorare la qualità di vita per tutti: tanto per i cittadini italiani quanto per i nuovi arrivati.

giovedì 14 maggio 2009

L’«infamia» d’esser donne in un Paese senza madri

(Avvenire - 13/5/2009)
AFGHANISTAN,
NESSUNO ROMPE IL CERCHIO
L’«infamia» d’esser donne in un Paese senza madri

LUCIA BELLASPIGA

U
n centinaio di bambine rantolanti, alcune vomitano, altre svengono, tutte finiscono all’ospedale.
Sono le scolare afghane di una scuola elementare, avvelenate ieri in massa con un gas, come già era avvenuto più volte nelle ultime settimane in altre scuole femminili della regione a nord di Kabul. La loro colpa? Istruirsi, e prima ancora essere donne. Se la caveranno: in fondo non è la fine del mondo (c’è di peggio in un Paese in cui madri, mogli e figlie valgono meno di una capra, e le bambine, date in sposa a vecchi poligami, se si ribellano finiscono in carcere), ma chissà se oseranno mai più sfidare l’ottusa 'legge' dei taleban, se avranno il coraggio di tornare in una scuola? Non lo hanno avuto un anno fa le loro compagne di Kandahar, alle quali gli estremisti sciolsero per la stessa colpa il volto nell’acido, cancellando in un solo gesto velleità di futuro e identità. Altre vittime, stesso sesso e stessa età: hanno dieci, undici anni le migliaia di bambine afghane fotografate nel giorno del loro matrimonio, vendute da un padre a uno sposo spesso più vecchio di lui (basta navigare in Internet, tra siti di ong e della stampa internazionale, per vederne a centinaia). Volti cancellati e sguardi persi anche i loro, senza bisogno dell’acido. Roshan ha 10 anni e posa al fianco di Mohammed Said, 65, turbante e barba bianca. Ghulan ne ha 11 e aveva scelto di fare l’insegnante, invece sposa Faiz Mohammed, 40 mal portati e viso duro. Majabin, 13 anni, fa male al cuore: ceduta dal padre per sanare un debito di gioco, lei è sposata da sei mesi, quarta moglie di Fazal Mohammed, e sa già molto bene che cosa avviene quando il rito termina e quel marito ti porta a casa. È il ritratto della rassegnazione... Tutto questo si conosceva da tempo, e d’altra parte non accade solo in Afghanistan, anche se forse in nessuna regione del mondo si assiste alla recrudescenza di un
fanatismo misogino che, per fermare il progresso nel Paese (vietati anche il cinema o la musica!), sa bene di dover innanzitutto annientare le donne.
Nessuna sorpresa, insomma, ma l’assoluta incapacità di comprendere, sì. Anche questi uomini hanno avuto una madre: non l’hanno amata? Prima che una educazione retriva li indurisse, non avevano anche loro sentito il profumo materno quando, come ogni bambino al mondo, si rifugiavano nel morbido abbraccio e lì trovavano sicurezza? Anche questi giovani sapranno cos’è l’innamoramento, almeno qualcuno di loro
deve
averlo provato, il suo cuore avrà pure battuto per una ragazza: come può nel contempo disprezzarla perché donna?
Ma soprattutto i padri: ammettiamo pure che nella cultura taleban la nascita di una figlia femmina sia una disgrazia (anche questa non è un’eccezione, nel mondo), ma è immaginabile che all’atto pratico, nel momento in cui quell’esserino viene al mondo, mai uno solo di loro provi la scintilla dell’amore paterno? Quando poi quella figlia che ha i suoi stessi tratti del volto, che porta il suo stesso sangue, è ceduta all’abbraccio arrogante di un vecchio pretendente, non sente il rimorso? Eppure sa bene a cosa andrà incontro (e lo sa perché presumibilmente a sua volta ha piegato una sposa bambina ai suoi bisogni). È questo il mistero inconcepibile: al di là di ogni cultura e costume, è innaturale che mai un sentimento banalmente umano prenda il sopravvento e cancelli la follia. Stephanie Sinclair, la fotografa che nel 2007 vinse con lo scatto alla piccola Ghulan il premio Unicef per la miglior foto, chiese alla sposa «che cosa provi oggi?». «Nulla», rispose la bambina, e c’è da sperare che abbia continuato a farlo, che sia riuscita a cauterizzare il cuore e anestetizzare i sentimenti: in Afghanistan le spose bambine che si danno fuoco per sfuggire alle sevizie sono centinaia. Del fenomeno si occupa talvolta una (distratta) commissione governativa.
Poi tutto continua come prima.

lunedì 11 maggio 2009

Antonio Pozzato (Bao Scaraba)

Risultati sportivi della Lancia Aurelia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.


Italia, 1950, 16 luglio, IV Coppa delle Dolomiti
  • un 14° ed un 29° posto assoluto
  • una vittoria di classe ed un sesto posto di categoria

Categoria Turismo, Classe oltre 1100 cmc: 1° Castiglioni Umberto (Lancia Aprilia berlina) che copre i Km. 303,800 del percorso in 4 ore07'43" alla media di Kmh 73,584; nella classifica di classe, Castiglioni precede nell'ordine l'Aprilia di Paolo Marzotto, l'Alfa Romeo 6 cilindri 2,5 litri di Cestelli Guidi e altre due Aprilia. Degno di rilievo, dunque, l'aver battuto un'Alfa Romeo portata in gara da un forte pilota qual èCestelli Guidi.. La prestazione di Castiglioni è davvero pregevole, visto che conquistando il 14° posto assoluto (su 71 classificati) si prende il lusso di battere, oltre a tutti i concorrenti alla guida di vetture Turismo, anche tutti quelli della Categoria Gran Turismo, inclusi coloro che disponevano dell'Alfa Romeo 2500 e della Cisitalia
Categoria Gran Turismo, classe unica: 6° Pozzato Antonio (Lancia Aprilia cabriolet)che copre i Km. 303,800 del percorso in 4 ore22'32" alla media di Kmh 69,431; in questa eterogenea categoria, Pozzato è preceduto da due Alfa Romeo 6 cilindri da 2,5 litri, da una Cisitalia, da una Citroen "Traction" da 2 litri e da una berlinetta Fiat 1100 S, e precede la seconda delle Citroen e una Fiat Marino. Pozzato si piazza al 29° posto della graduatoria assoluta.

Italia, 1955, 10 luglio, IX Coppa d’Oro delle Dolomiti
  • Un 7° ed un 29° posto assoluto
  • Un 2° ed un 5° posto di classe

Categoria Gran Turismo, Classe 1301-2000 cmc: 5° Pozzato Antonio (Lancia Aurelia B20-2000 coupé) che copre il percorso di Km 303,800 in 3ore 58’07” alla media di Km/h 76,550. Unica Aurelia due litri in gara, questa “non più giovane” B20 compie una gara onesta ma non particolarmente brillante, classificandosi al centro della classifica della sua classe, dietro a 3 Fiat 8V Zagato e ad una Porsche e davanti ad altre 3 Fiat 8V (2 normali ed 1 Zagato). L'Aurelia di Pozzato è ventinovesima nella classifica assoluta.

Veronica, Silvio e Annozero (il Foglio)

9 maggio 2009

Caro dottor Augias, è con profonda tristezza che scopro di vivere in un paese che non mi piace circondato da gente che non mi piace, volgare e suddita (…) Mi chiedo: che cosa mi accomuna a questo signore che ci governa, ossessionato dal suo aspetto e dalla sua potenza sessuale, e con il popolo che lo segue adorante e plaudente? Vedo qualcosa di avvilente nelle private vicende di questo signore che finge di essere giovane e in forma circondandosi di ragazzine avvenenti e disponibili (…) Mi sento estraneo e disgustato.
Franco Bertini, lettera a Repubblica

Da qualche settimana la sera non si guarda la televisione, non per scelta ma per amore: bagnetto uno, bagnetto due, latte uno, latte due, addormentamento multiplo a ostacoli. Ma giovedì sera non era pensabile restare nell’iperuranio mentre si faceva la storia, così la madre insensibile disse alla figlia: “Sei grande ormai, hai tre anni: occupati di tuo fratello, andate a fare una passeggiata nel bosco e per non perdervi usate le bricioline di pane, ché la mamma deve guardare Annozero su Berlusconi”. Così la bambina si incamminò nel bosco con il suo tozzo di pane e un fagotto sulle spalle, spingendo il fratellino nella carrozzina mentre la mamma stappava lattine di Coca light (che durante l’allattamento fa malissimo) e si sedeva a un centimetro dalla televisione (l’allattamento fa anche diventare ciechi) senza alcun senso di colpa. Michele Santoro aveva la faccia delle grandi occasioni ed era persino più truccato del solito. Il grande giornalismo d’inchiesta aveva finalmente roba grossa di cui occuparsi: una festa dei diciott’anni. Per tutta la durata della trasmissione, infatti, Sandro Ruotolo, inviato di Annozero, ha piantonato l’esterno di un ristorante con le luci al neon e l’ha fatto con lo stesso spirito intrepido con cui quelli coraggiosi come lui vanno sui luoghi degli attentati. Ruotolo era lì, sulla notizia, anche se la festa era stata dieci giorni prima, quindi il locale era chiuso oppure c’era qualche congresso sugli arredi sanitari e non l’avevano lasciato entrare (peccato, all’interno avrebbe potuto trovare senz’altro prove del delitto: briciole di torta, qualche goccia di prosecco, palloncini bucati, forse addirittura uno dei preziosi capelli di Berlusconi). Da lì ricostruiva, con l’aiuto di una giornalista di Repubblica, le mosse del Cavaliere: l’arrivo in aeroporto, l’entrata nel locale pochi minuti dopo l’ingresso della diciottenne con tutti i suoi parenti, sembrava la cronaca dell’Undici Settembre (soprattutto per la faccia) e invece erano pettegolezzi su una festa di compleanno, per i quali tra l’altro bastava leggere i rotocalchi della settimana prima. La madre insensibile ai pianti dei figli e gonfia di Coca Cola guardava Ruotolo con la camera in faccia e l’aria investigativa che chiamava al cellulare il padre di Noemi per chiedergli se era mai stato al mare in Sardegna da Berlusconi. Tutto questo mentre Emma Bonino, con una stella gialla appuntata sul petto, urlava in studio che il Cav. odia le donne perché una volta ha fatto “cucù” ad Angela Merkel ed è una cosa moralmente inaccettabile (lei che ha digiunato tutta la vita e si è incatenata a qualunque cosa contro il moralismo e contro i bacchettoni, e io che l’ho persino votata).
Tutti i libertari del mondo si erano trasformati nelle Magdalene Sisters, e se ci fosse stata nei paraggi una velina, una show girl, una ragazza in minigonna, avrebbero improvvisato un rogo purificatorio. A un certo punto un’altra intrepida cronista ha sottoposto a un duro interrogatorio il preside della scuola di Noemi, che ha balbettato: “E’ una ragazza perbene”, e la cronista (giovane, tra l’altro): “Perbene? Ma le ha viste queste?” e gli ha mostrato le solite foto da calendario pubblicate ovunque. Lui (giuro): “Ah bè, ma quando viene a scuola non sembra così formosa” (risolini). Era tutto talmente folle che la madre insensibile telefonava in giro, per sincerarsi di non avere una depressione post partum con allucinazioni, mentre gli ospiti in studio, gente di spettacolo e politica, carichi di rimmel, si scandalizzavano perché la ragazzina col rimmel voleva fare, da grande, spettacolo o politica. A quel punto tutta la coca era finita, la bambina col fagotto e la carrozzina aveva ritrovato la strada di casa perché invece delle briciole di pane aveva seminato giocattoli, scarpe, pezzi di computer della madre, cellulari. Allora la madre le ha chiesto: “Figlia mia, cosa vuoi fare da grande?”. La sventurata rispose. “La ballerina, guarda!” e si è lanciata dal divano sulla carrozzina con una piroetta. Accertatasi che il contenuto della carrozzina fosse ancora vivo, la madre ha fatto giurare alla figlia che, per il suo bene, non avrebbe mai rivelato l’aspirazione a quelli di Annozero (e a Emma Bonino, Vauro, Concita De Gregorio, Marco Travaglio).

da Annalena

sabato 18 aprile 2009

CHI AUTORIZZA SANTORO A URTARE LA SENSIBILITÀ DI MILIONI DI ITALIANI?

Avvenire 18/04/2009, Pagina A02

CHI AUTORIZZA SANTORO A URTARE LA SENSIBILITÀ DI MILIONI DI ITALIANI?
L’inesausto svillaneggiatore se la prese con la Via Crucis

UMBERTO FOLENA

N
on dev’essere poi così brutto ' stare in croce'. Non dovrebbe proprio, considerando la ressa di chi smania per salirci, si spintona, prima io, no io, no tu no, io sono più in croce di te. Se fanno di tutto, evidentemente rende. Non occorre un fenomenologo del martirio catodico per accorgersene. Il primo a piazzarsi in croce, fresco di messimpiega e sprizzante sorrisi sardonici, è Michele Santoro. Dai e dai, provocazione dopo provocazione, chi ce lo mette lo trova. Nessun danno, soltanto vantaggi. È il fascino del martirizzato cronico, del potente che strilla contro i potenti liberticidi, del giornalista- contro che tutto volge pro se stesso. Il celebre editto bulgaro lo catapulta al Parlamento europeo, peggio della Cajenna, sai che sacrificio. Ma i suoi fan non fan in tempo a versare troppe lacrime perché egli torna in video, ancora col tremito per la crisi d’astinenza. Già, come faceva la democrazia italiana senza di lui?
È il primo caso di martire cronico che – il pover’uomo ci corregga se sbagliamo – non vede calare il proprio conto in banca. Il secondo è Vauro Senesi, altro caso di emarginato con 5 milioni di telespettatori, di spregiudicato martello del potere pubblico sul quale spara con il pennarello da una rete pubblica. Siamo tutti profondamente
commossi e pronti alla colletta, ora che è stato martirizzato, le sue vignette in video e lui fuori, terribile; anzi no, pare che tornerà. Il terzo è il precario che nelle vignette di giovedì sera è stato protagonista di una stucchevole Via Crucis ( ci ostiniamo a scriverla maiuscola, noi, da impavidi trasgressivi anticonformisti) con continui richiami alla morte e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo ( e vai con le maiuscole). Vauro stesso, nel 2006, aveva detto che mai avrebbe pubblicato le vignette su Maometto in quanto « tragica rappresentazione del cattivo gusto » .
Il problema è che la linea di demarcazione tra buono e cattivo gusto è relativissima. Ad esempio, per noi l’uso a fini satirico- commerciali di un fatto religioso come la Via Crucis, che sta al cuore della fede cristiana, è di pessimo gusto.
Non pretendiamo certo che Vauro la pensi come noi. Ci piacerebbe però che Vauro, e tutti i fondamentalisti idolatri della satira ( all’inizio fu la satira; la satira al centro dell’universo; eccetera), prendano in considerazione questa ipotesi: e se ciò che per me è di buon gusto urtasse invece la
sensibilità più profonda di decine di milioni di italiani? Ho il diritto di impormi, con il mio presunto « buon gusto » , anche su di loro? Oppure è delicatezza, buona educazione e buon gusto lasciar stare la Via Crucis? Poiché non aspiriamo ad essere messi in croce, sia chiaro che qui nessuno invoca la censura o altri analoghi strumenti odiosi. Quelli li lasciamo a chi, periodicamente, pretende di imporre alla Chiesa, ai suoi laici e ai suoi preti, di quali argomenti può parlare e di quali invece deve tacere.
Chiediamo soltanto di prendere sul serio l’Antonio Di Pietro che in apertura di Annozero, perorando la causa della vignetta della scandalo, quella sulle tombe d’Abruzzo, respinge l’accusa di lesa maestà affermando: « La maestà è la vita umana » . Bravo.
Ma la Via Crucis proprio questo è: la rappresentazione della vita umana vilipesa, messa a morte ma infine vittoriosa sulla morte stessa. Roba grossa. Inevitabile che diventi un bersaglio prediletto per chi sa di essere piccino, per le tiranniche divinità dell’Olimpo catodico che, in nome di se stesse, dei sentimenti altrui fanno strame.

mercoledì 18 marzo 2009

L’IMPOSSIBILE ATTUAZIONE DEI SIC « VOLUTI » DALL’EUROPA

Avvenire - 18 marzo 2009
L’IMPOSSIBILE ATTUAZIONE DEI SIC « VOLUTI » DALL’EUROPA
Trattati come imberbi i contadini chiedono flessibilità
SANDRO LAGOMARSINI
U n nuovo fantasma si aggira per l’Europa delle campagne: il fantasma dei Sic ( Siti di interesse comunitario). Nati dalla sintesi di più direttive europee sulla tutela dell’ambiente e delle specie a rischio, si stanno rivelando un incubo per gli agricoltori e le piccole attività della collina e della montagna. Due sole regioni, Veneto e Lazio, ne danno una interpretazione soffice; nelle altre si è costruita una gabbia che comporta costosi adempimenti burocratici, limitazione delle attività agricole essenziali, sanzioni pesantissime per infrazioni spesso immaginarie. Abbattere un albero secco dove una volta ha fatto il nido un picchio diventa reato penale; proibito ( se il regolamento sarà confermato) un terzo taglio di fieno per non privare di ' ospitalità' qualche specie di passaggio.
Comprensibile la reazione delle comunità locali, con la raccolta di migliaia di firme per chiedere la correzione di misure che causano l’abbandono del territorio rurale e quindi il suo degrado. In un incontro recente a Salsomaggiore, organizzato da cinque agguerriti comitati delle valli parmensi e piacentine, l’onorevole Sergio Berlato, vice presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo, ha spiegato che l’interpretazione restrittiva dei Siti nasce da un decreto del precedente ministro dell’Ambiente, il quale ha sottoposto i Sic alla disciplina delle ' aree protette'. In nazioni come l’Inghilterra, ad esempio, la gestione dei Siti è nelle mani dei produttori agricoli associati, che si fanno garanti della ' bio- diversità'. La soluzione è in accordo con le più recenti acquisizioni dell’ecologia storica, che riconosce la presenza umana e le attività agro- silvo- pastorali come elementi essenziali nel processo di ' bio- diversificazione' all’opera da millenni in tutte le aree antropizzate. Alcuni amministratori delle nostre Comunità montane cercano di ridurre i disagi dei produttori agricoli, ma è un tamponamento provvisorio. È la stessa lettura europea della normativa sui Sic che apre ad impostazioni vessatorie, quando afferma che le attività tradizionali sono ammesse « nella misura in cui non siano in conflitto con gli obiettivi di conservazione » . Inoltre, la prevista gestione separata dei Sic e la loro trasformazione in Zps ( Zone a protezione speciale) moltiplicherà proprio quei ' carrozzoni' - come li ha qualificati l’onorevole Berlato - che nel caso dei parchi ingoiano risorse con pochi risultati. Del resto, quando le Regioni o le Province domandano al ministero dell’Ambiente modifiche nell’estensione dei Sic, le richieste vengono regolarmente respinte per « mancanza di motivazioni scientifiche » , che però non sono state verificate al momento della loro istituzione.
Non basta. I vincoli presenti nei Sic, per le più diverse ragioni, possono essere applicati anche al loro esterno e le zone circostanti possono diventare ' corridoi ecologici' egualmente restrittivi.
Poco efficace, allora, l’appello al ' buon senso' che i rappresentanti dell’Europa rivolgono ai vari livelli dei burocrati nostrani. Meglio sarebbe – a parere di molti – un congelamento totale della normativa dei Sic e un ritorno alle regole esistenti, già troppo rigide per le necessità di gestire una boscaglia in pericolosa fase di espansione. Se proprio è necessario, siano le popolazioni locali a stendere una ' carta' che metta in rilievo le ricchezze di ogni territorio, promuovendone la conoscenza e il rispetto.

lunedì 16 marzo 2009

Le ronde, dovere e solidarietà


  • Lunedì 16 Marzo 2009 (il Giornale di Vicenza)

Ancora, il codice penale qualifica come reato la condotta del privato cittadino che, senza giustificato motivo, neghi l’aiuto richiesto da un pubblico ufficiale, nella flagranza di un reato. Pertanto, il quadro normativo che giustifica e talora addirittura impone l’intervento del privato nella lotta alla criminalità già esiste e non v’è bisogno di alcuna altra legge.
La Corte Costituzionale, con la sentenza citata, ha fornito il quadro giuridico a sostegno della pronuncia. Leggiamo il passaggio in questione: «Si fa applicazione del principio generale della collaborazione civica in base alla quale ogni cittadino è, secondo i casi, obbligato o facoltato a svolgere attività richieste, con carattere di assoluta ed urgente necessità, nel comune interesse, per far fronte ad eventi rispetto ai quali, data la loro eccezionalità o imprevedibilità, le Autorità costituite non siano in grado di intervenire con la necessaria tempestività, oppure in misura sufficiente al bisogno. Il ricorso al privato, nel caso denunciato, deve farsi derivare dal richiamo che l’art.2 della Costituzione fa all’osservanza dei “doveri di solidarietà sociale”, e che trova nel diritto vigente numerose specie di applicazione».
Ritengo che l’ostilità pregiudiziale al volontariato nella lotta al crimine, pur politicamente corretta, è assai perniciosa.
La società civile, per la sua sopravvivenza, deve affrontare situazioni critiche contando sull’impegno di ogni sua componente, sia istituzionale che personale.
L’imporre completa separatezza tra le funzioni delle forze dell’ordine ed i doveri dei cittadini rischia - alla fine - di giustificare l’atteggiamento di chi, a fronte della commissione di reati, gira la testa per non essere coinvolto o disturbato.
Se consideriamo che metà del nostro Paese è predominio di un’orrenda e secolare criminalità organizzata, favorita dal fatto che di preferenza i cittadini di quelle regioni “girano la testa”, meglio si comprenderà l’importanza di estendere i doveri di solidarietà nel senso di cui parla la Corte Costituzionale.
La Costituzione non serve solo per farci i comizi.

martedì 10 marzo 2009

Antiche strade riscoprono le campagne

L'Arena
IL GIORNALE DI VERONA

Thursday 19 February 2009 PROVINCIA Pagina 31

SANDRIGO. Presentato il progetto di valorizzazione del territorio


Antiche strade
riscoprono
le campagne


L’iniziativa coinvolge quattro comuni nei quali è stato individuato un percorso fatto di 27 chilometri di “cavedagne”

Un itinerario lungo le antiche “cavedagne” di Sandrigo, Bressanvido, Schiavon e Breganze. Ventisette chilometri di percorso per promuovere l’esercizio fisico e valorizzare l’ambiente rurale di questo scorcio di territorio altovicentino. È questo il motivo fondamentale del progetto “Cultura del movimento, valorizzazione delle nostre campagne”, presentato in sala consiliare a Sandrigo dall’associazione “Pollice Verde” davanti ad amministratori e dirigenti di sodalizi dei quattro comuni. Interessate all’iniziativa anche le associazioni che si occupano di territorio e paesaggio, nonché la scuola primaria ambientale di Lupia, che promuove la formazione nel contesto ambientale del territorio rurale.
Il percorso si snoda da Lupia, risalendo fino a via Roma a Sandrigo, poi si percorre via Marosticana Vecchia, via Campi Alti, da qui si entra nel comune di Schiavon a Longa in località S. Corona, si passa poi in via Bosella e poi si devia verso Maragnole di Breganze. Dopo il ponte sul Laverda, si gira a destra fino al Salgaron, poi su per via don Primo Mazzolari, via Capitello o via S. Caterina, via Palugare, via Piantalonga, via Ascaria e poi immersi one nel bosco di pianura appena allestito dal Comune di Sandrigo presso le sorgenti del fiume Tesina. Da lì ci si ricongiunge con l’inizio del percorso, oppure si devia decisamente verso est in direzione Ancignano seguendo la pista ciclabile che il Comune sta terminando. Arrivati in centro di Ancignano svolta verso sud, superamento del confine con il Comune di Bressanvido, passaggio per la cascina dei Pagiusco, e poi svolta per via S. Rocco, da cui ci si ricongiunge con Lupia.
Il costo previsto per l’operazione è di 20 mila euro, di cui 12.500 in arrivo dal Centro servizi per il volontariato di Vicenza; per il! resto si prevede l’intervento dei Comuni, almeno per coprire il 20 % della spesa, sulla base di un accordo di programma. Il 40 % del contributo deve essere impiegato alla formazione.
«Dal tavolo tecnico - ha spiegato Giovanna Lodi, presidente della cooperativa Terrabase che gestisce la scuola ambientale di Lupia - è emersa l’importanza della formazione dei ragazzi della scuola primaria».
«Parleremo con i dirigenti scolastici - ha aggiunto il sindaco di Sandrigo Barbara Trento - per decidere quali classi coinvolgere. Occorre nominare un referente per ogni scuola che parlerà con l’associazione Pollice Verde e preparerà le uscite sul territorio».
«È fondamentale - ha detto Sergio Dellai, presidente del Pollice Verde - il contributo delle associazioni, come la cooperativa Terrabase, Le Risorgive e la Pro loco di Bressanvido, gli alpini di Longa e la Protezione civile di Breganze. Ora non resta che mettersi al lavoro, confidando nella collaborazione di tutti». L’associazione di volontariato Sandrigo Ambiente Pollice Verde si occupa dal 2002 della gestione e manutenzione di tutte le aree a verde pubblico del territorio comunale sandricense. Il lavoro ordinario consiste nel taglio ogni quindici giorni di quasi 63mila mq di tappeto erboso da febbraio a metà dicembre, nella potatura delle siepi pubbl iche e delle piante dei parchi, della manutenzione a panchine, bacheche, cestini, attrezzature ludiche, aiuole e fioriere. Notevole anche il lavoro di salvaguardia del territorio attraverso azioni di collaborazione ad enti ed associazioni in occasioni di attività di carattere ambientale. Nel 2008 ha partecipato ad un progetto di cooperazione allo sviluppo in Brasile.
Il direttivo, appena rinnovato, è composto dal presidente Sergio Dellai e dai soci Giovanni Carlana, Antonietta Mirotti, Anna Trento e Dario Salzillo, mentre revisori dei conti sono Lino Guerra, Luigino Piva e Nazareno Borile. G.D.


domenica 8 marzo 2009

UN FILM CHE SPAVENTA ARRIVA «KATYN» E DALL’ITALIA UNA SECONDA CENSURA

LUIGI GENINAZZI - L'Avvenire, 8 marzo.2009
L
a sala è stracolma di spettatori commossi: sul grande schermo scorrono le immagini della doppia in­vasione, nazista e sovietica, nella Po­lonia del 1939, una sequenza tragica che toccherà il suo culmine nella stra­ge di oltre ventimila ufficiali dell’e­sercito polacco compiuta dai bolsce­vichi per ordine di Stalin. 'Katyn', il film realizzato da Andrzej Wajda nel 2007, è giunto finalmente in Italia. Un film bellissimo che rievoca uno dei più atroci e ignorati massacri del se­colo scorso senza risparmiare alcun dettaglio dell’orrore, ma al tempo stesso senza cedere all’odio.
Il grande regista, già noto in tutto il mondo per aver realizzato capolavo­ri come 'Danton' e 'L’uomo di mar­mo', fa scorrere davanti ai nostri oc­chi la dignità e il coraggio delle vitti­me, la tenacia e la fierezza delle don­ne e dei familiari che aspettano con­tro ogni speranza il ritorno a casa dei loro cari, l’angoscia di un’intera na­zione schiacciata da due opposti to­talitarismi che si rinfacciano la re­sponsabilità dell’eccidio fino al trionfo della menzogna imposta dal vincitore sovietico e sostanzialmen­te accettata dagli Alleati occidentali. Solo dopo la caduta del comunismo la verità su Katyn ha smesso di esse­re un argomento tabù. Andrzej Waj­da ce la riconsegna con uno stile so­lenne ed austero più efficace di qual­siasi invettiva. «Il mio film vuol esse­re un’elegia che tocca i cuori, non u­na clava da usare in una nuova guer­ra della memoria», ci aveva detto l’an­ziano regista in occasione dell’uscita del film in Polonia.
Adesso è arrivato anche nel nostro Paese ma solo pochi fortunati sono riusciti a vederlo. 'Katyn' viene proiettato in pochissimi cinemato­grafi, 12 in tutt’Italia. Com’è possibi­le che un simile capolavoro non tro­vi spazio se non in circuiti ristretti o nei cinema d’essai? Non è certo col­pa della società di distribuzione 'Mo­vimento Film' il cui responsabile, Mario Mazzarotto, ammette sconso­lato che «di 'Katyn' in versione ita­liana sono disponibili molte più co­pie di quante ne circolano attual­mente, ma sembra che si stia facen­do di tutto per boicottarne la visibi­lità ». Censurato e avvolto nella men­zogna di regime per oltre mezzo se­colo, Katyn è stato un nome difficile da pronunciare ad alta voce anche qui da noi. Nell’immediato dopo­guerra ci fu chi venne sottoposto ad un vero e proprio linciaggio morale da parte del Pci di Togliatti per aver sol­levato i veli sull’eccidio che porta il marchio sovietico. Vogliamo credere che quella stagione d’inquietante o­mertà sia archiviata per sempre. Ma allora come si spiega quest’ottusa preclusione delle nostre sale cine­matografiche?
Forse perché 'Katyn' viene conside­rato un film di scarso richiamo e di magri incassi? Non è così. Certo, non farà concorrenza ai film-panettone di Boldi e De Sica ma c’è un pubblico interessato a vederlo. L’altra sera, a Milano, c’era gente in piedi ad assi­stere alla seconda (ed ultima!) proie­zione del film di Wajda. E centinaia di persone, dopo aver fatto inutilmente la fila al botteghino, sono tornate a casa senza averlo potuto vedere. A meno di un ripensamento di qualche gestore, non avranno più un’altra oc­casione. Il che rappresenta un con­tro- senso anche dal punto di vista commerciale.
Ma 'Katyn' è un film che dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole, un contributo al recupero di quella 'me­moria storica' che politici ed educa­tori sottolineano sempre con grande enfasi. Invece in Italia viene relegato, ignorato e sottilmente boicottato. C’è di che vergognarsi: dopo i sovietici, siamo riusciti a censurare Katyn una seconda volta.