Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post

martedì 25 ottobre 2011

La Tav opera strategica Manette a chi viola i cantieri

---------------------

La Stampa 25/10/2011

La Tav opera strategica Manette a chi viola i cantieri

Il sito della discordia equiparato a quelli militari: si rischia l’arresto fino a un anno

MASSIMO NUMA
TORINO

Svolta nella ventennale vicenda della linea Torino-Lione. Nel decreto sviluppo passa la linea bipartisan, sostenuta anche dal Pd e da altre forze politiche dell’opposizione, relativa all’istituzione del presidio di interesse strategico nazionale per il cantiere di Chiomonte (Torino) della linea ferroviaria Torino-Lione.

Il provvedimento, non appena sarà esecutivo, non limiterà in alcun il diritto al dissenso pacifico da parte di chi, in Val Susa, si oppone ancora alla Tav. Cambiano però le norme per chi si ostinerà a utilizzare la zona della Maddalena di Chiomonte come teatro per inscenare ulteriori episodi di guerriglia come è avvenuto dal 23 maggio al 9 settembre scorso, quando sono avvenuti gli ultimi incidenti, con 323 feriti tra le forze dell’ordine. Il cantiere Ltf diventerà intangibile, protetto da misure assai più severe, in materia di sicurezza. E anche le procedure per gli espropri dei terreni di Clarea, necessari alla fase due dei lavori, ormai imminente, saranno di fatto molto semplificate. Sarà possibile l’arresto da tre mesi fino ad un anno per chi entra abusivamente nel cantiere. Lo prevede una bozza del provvedimento sullo Sviluppo all’esame del governo. «Per assicurare la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lione e garantire, a tal fine, il regolare svolgimento dei lavori del cunicolo esplorativo de La Maddalena, le aree ed i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l’installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione, costituiscono aree di interesse strategico nazionale», si legge nel provvedimento. «Fatta salva l’ipotesi di più grave reato - recita il testo - chiunque si introduce abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale di cui al comma 1 ovvero impedisce o ostacola l’accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell’articolo 682 del codice penale. Nella relazione al testo si legge che «dalla dichiarazione di area di interesse strategico nazionale discende, per coloro che vi si introducono abusivamente ovvero ne impediscano o ne ostacolino l’accesso autorizzato, la stessa sanzione prevista dall’articolo 682 del codice penale - arresto da tre mesi ad un anno o ammenda da 51 a 309 euro - per l’ingresso arbitrario in luoghi ove l’accesso è vietato nell’interesse militare dello Stato». Il ruolo dell’Esercito sarà molto più importante, sempre in sintonia con le forze dell’ordine. Il presidio interforze continuerà nella tutela del cantiere ma con a disposizioni norme giuridiche molto più severe.

Le reazioni. Alberto Perino, uno dei portavoce del movimento No Tav: «Hanno gettato la maschera, ma adesso non potranno più raccontare all’Unione Europea la bugia di un’opera condivisa con la popolazione, adesso il mondo capirà come l’Italia intende portare avanti le opere pubbliche. La nostra linea non cambia, porteremo avanti la lotta come abbiamo sempre fatto. E domenica, ancora una volta, abbiamo dimostrato che la Valle di Susa non è d’accordo». Stefano Esposito, parlamentare Pd: «Sia chiaro che questo provvedimento non significa che la Val Susa sia militarizzata. Le gente potrà continuare a protestare ma adesso basta con le violenze organizzate».

mercoledì 27 luglio 2011

«Su quel voto io ho qualche interrogativo»

IL GIORNALE DI VICENZA

Mercoledì 27 Luglio 2011 LETTERE Pagina 62
PARLAMENTO

«Su quel voto
io ho qualche
interrogativo»


In seguito alle polemiche per il voto più o meno segreto sull'arresto di Alfonso Papa, mi è sorto un dilemma: perché se io vado alle urne a votare non posso liberamente farmi una fotografia mentre metto la mia crocetta sul partito prescelto, mentre se alla Camera c'è una votazione segreta i burloni di turno possono palesarlo liberamente? Fini dice che la segretezza del voto non è un obbligo, bensì una facoltà alla quale un parlamentare può liberamente rinunciare; egregio Presidente della Camera, io cittadino qualunque non posso liberamente rinunciare a tenere segreto il mio voto?
Allora sconcertato concludo che chi vota per l'arresto di Alfonso Papa perché davanti alla legge siamo tutti uguali (e mi sta bene), lo fa con una modalità che rivela il contrario, ovvero che davanti alla legg! e non siamo tutti uguali (e non mi sta bene).
Alessandro Marte
Vicenza

mercoledì 29 giugno 2011

MAGISTRATI

IL GIORNALE DI VICENZA

Mercoledì 29 Giugno 2011 LETTERE Pagina 62
MAGISTRATI

«Qualcuno
dà l'idea
di essere
schierato
politicamente»


Pur non essendo un esperto di codici e di legge, ho letto con attenzione l'articolato ragionamento del dottor Dario Crestani, riportato mercoledì 25 maggio nella rubrica “Dura Lex Sed Lex” a pag. 62. Sappiamo che alcuni politici, il premier Berlusconi in testa, hanno avanzato la proposta di creare una commissione parlamentare che possa esaminare il comportamento di qualche magistrato, ritenuto a torto o a ragione non super partes: il dottor Crestani asserisce che questa proposta è incostituzionale e avvalora il suo giudizio con una serie di riferimenti alla Carta Costituzionale e di ragionamenti tecnicamente accettabili, come del resto ci si aspetta da chi ha alle spalle una lunga ed onorata carriera di uomo di legge.
Sono convinto che anche fra la gente comune (non solo fra gli uomini di leg! ge) ci sia la capacità di giudicare le cose col buonsenso. È per questo che mi permetto di fare qualche osservazione sull'impostazione data al problema dal dottor Crestani. Siamo tutti d'accordo, penso, che la Costituzione prevede un ordinamento dello Stato basato sulla separazione dei tre poteri principali: legislativo, esecutivo e giudiziario. Nello stesso tempo l'uomo di legge fa capire che solo “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Mi sembra che questa non sia una corretta interpretazione della volontà dei padri costituenti. Diciamo piuttosto che un po' alla volta è il potere giudiziario ad avere invaso il terreno degli altri due poteri, con il culmine raggiunto ai tempi di “Mani Pulite”, quando si sono eliminate alcune forze politiche, colpendo indiscriminatamente nel mucchio colpevoli e non colpevoli.
Non riesco a capire il filo logico di un ragionamento del dottor Crestani: &#1! 47;È difficile ritenere ammissibile - ha scritto - che il! potere legislativo possa indagare sul potere giudiziario. Così come sarebbe certamente inammissibile che l'autorità giudiziaria aprisse un'indagine sull'attività del parlamento o del governo come istituzioni”. Il ragionamento sottintende che governo e parlamento mirassero a processare la Magistratura come istituzione e non ad esaminare i comportamenti di alcuni singoli magistrati, che danno l'impressione di essere schierati politicamente. A me, invece, sembra difficile credere che persone esperte di legge (e sicuramente in buona fede) possano non riconoscere che, almeno in parte, ci sono alcuni magistrati arruolati “armi e bagagli” nella lotta politica; altri invece commettono mancanze gravi e non vengono puniti.
Sulla fiducia che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia la volontà di sanzionare quei pochi magistrati che agli occhi della gente comune non hanno fatto il loro dovere, vorrei porre al dottor Crestani alcune domande ! che gli avevo posto ancora il 24 novembre 2009 (Giornale di Vicenza pag. 58) e alle quali non ho avuto risposta.
“Qualcuno ha pagato per il danno all'immagine dell'Italia procurato dall'incauto invio di un avviso di garanzia al premier nel 1994, mentre a Napoli presiedeva un convegno internazionale? Quanti sono e chi li ha pagati i miliardi spesi per risarcire le persone innocenti incarcerate per marchiani errori o dimenticanze di qualche magistrato?
Perché la classe (oppure casta) dei magistrati si considera “sopra la Legge” e non “al servizio della Legge”, nonostante un referendum popolare si sia espresso in senso contrario? Perché? Perché? Perché?”. Si potrebbe andare ancora avanti con molti altri “perché?”.
Pieraldo Ferracin
Villaverla

domenica 26 giugno 2011

Caserma Italia

IL GIORNALE DI VICENZA
Domenica 26 Giugno 2011 PRIMAPAGINA Pagina 1

Caserma
Italia

È difficile non ridere di fronte alla sconcertante massa di telefonate private che in questi giorni abbiamo il piacere di leggere trascritte sui giornali. Grazie all'inchiesta della Procura di Napoli abbiamo scoperto che: Tremonti non è simpatico a Frattini, la Carfagna è odiata dalla Prestigiacomo, Fini sta sulle scatole a Berlusconi, e l'intero Pdl è preoccupato perché il Cavaliere non è più quello di una volta ed è preso più dai suoi problemi con la giustizia e con le donne (non si sa bene in quale ordine) che da quelli del suo partito e del Paese. Ma va?
Diciannovemila pagine di intercettazioni di questo tipo, per dimostrare che a Roma c'è un chiacchierone amico di tutti che riceve e dispensa dritte, consigli, opinioni. Ovvero che fa quel che fanno migliaia di altre persone, magari a livelli più bassi, in tutte le citt&#2! 24; del globo. Anche a Vicenza, statene pur certi. Anche a Bassano e a Schio. E anche qui ci sono politici, imprenditori, avvocati, magistrati, semplici cittadini che parlano al telefono tra di loro o con questo e quel giornalista per scambiarsi opinioni, dare e ricevere notizie, cercare di convincere o blandire, raccomandare. È possibile, anzi probabile che in mezzo a migliaia di telefonate ci sia qualche elemento di scorrettezza, o anche di illiceità. Così come nell'inchiesta napoletana su 19 mila pagine di telefonate ce ne siano alcune decine che potrebbero avere un risvolto giudiziario: lo deciderà il giudice. Ma è normale che nel frattempo le chiacchiere private diventino pubbliche?
Sia chiaro: i giornalisti fanno il loro dovere. Se origliano una chiacchierata in Transatlantico tra Berlusconi e Di Pietro, o nel Comune di Vicenza tra Variati e Franzina, devono pubblicarne i contenuti. Se entrano in possesso di una telefonata tra un ministro e! un suo amico, la devono trascrivere. Fa parte del gioco, e un! a legge che impedisse la pubblicazione di qualsiasi cosa in possesso dei giornali sarebbe liberticida. Quel che invece non è normale, ed è indegno di un Paese civile, è che vengano trascritte da una Procura, finiscano in un fascicolo e questo finisca dritto ai giornali, le telefonate private palesemente prive di valenza processuale. A meno che non ci sia qualcuno che davvero ritiene penalmente rilevante la telefonata di un tizio che dice all'altro: «Secondo me quel ministro è un mignottone». Nelle caserme, nelle redazioni, nei bar e nelle case private si sente di peggio: ma nessuno di coloro che frequenta questi posti si sente colpevole.
Sono telefonate rilevanti politicamente, anche se non svelano niente di nuovo. Non è però compito della magistratura assumere un ruolo politico: questo accade solo in qualche Paese del Terzo mondo o nelle dittature. Impedire le intercettazioni sarebbe criminale, un favore alla malavita; non impedir! e che quelle irrilevanti diventino pubbliche, sarebbe la dimostrazione che nè la maggioranza nè l'opposizione di questo Parlamento possiedono più un minimo senso civico.

domenica 6 marzo 2011

Costituzione in difesa

IL GIORNALE DI VICENZA

Domenica 06 Marzo 2011 PRIMAPAGINA Pagina 1

Costituzione
in difesa

La politica-spettacolo di questi ultimi lustri ha costretto molti protagonisti a corsi accelerati di chiarezza. Purtroppo, non tutti hanno prodotto risultati. Prendiamo i magistrati. D'accordo, chi si forma leggendo tomi di diritto e codici di procedura ha tutte le giustificazioni del caso: ma a lasciare perplessi non è tanto la forma, quanto il contenuto del pensiero esposto da alcuni alti esponenti della corporazione. Ad esempio Ugo De Siervo è il presidente della Corte Costituzionale, mica l'ultimo dei legulei, e nelle ultime settimane si è distinto per una serie di dichiarazioni che val la pena di riportare: «Il Parlamento fa errori a raffica»; «Il Parlamento si dovrebbe occupare “di mettere le gambe al titolo V” e poi magari modificarlo nei singoli punti»; «Quello che si può dire tranquillamente è che quello di! cui si sta parlando non è federalismo»; «Il federalismo municipale è una bestemmia». Tutte opinioni legittime. Il punto però è un altro: chi le pronuncia fa o non fa politica? Secondo il De Siervo medesimo, non la fa.
Sfugge evidentemente la differenza tra le medesime considerazioni espresse da un cittadino qualunque al bar e da un presidente della Corte Costituzionale. Il quale poi si meraviglia se qualcuno lo accusa di far politica: «Macchè, sono solo l'estremo difensore della Costituzione». Perché invece non parlare chiaro e ammmettere che si sta giocando una partita nella quale l'obbiettivo non è stabilire se una legge rispetti o meno la Costituzione, ma stabilire se abbia più potere la casta giudiziaria o quella parlamentare?
È questa la partita che si sta giocando da quasi vent'anni, e che da vent'anni paralizza il Paese. Per mesi si è discusso di legittimo impedimento del Premier a part! ecipare ai processi a suo carico. Poi una mattina Berlusconi a! nnuncia: «Va bene, sono pronto a organizzare la mia agenda di capo del Governo di questo Paese in modo da essere presente tutti i lunedì in tribunale». E cosa rispondono i magistrati? «No, lunedì non va bene; preferiamo il sabato». E cos'è questo se non un braccio di ferro su chi ha più potere? I contenuti, le riforme, gli scandali, le accuse, le difese, sono solo i mezzi attraverso i quali si cerca di raggiungere il vero fine: stabilire la supremazia sull'altra parte.
Perché non dirlo chiaramente? Perché non abbandonare la finzione? Tonino Di Pietro pur con qualche incertezza grammaticale fu più sincero e diretto nei confronti di Berlusconi: «Io a quello lo sfascio». I cittadini avrebbero così modo di scegliere se hanno ragione i De Siervo di turno o i Berlusconi di turno. Con un'avvertenza: il turno dei Berlusconi, come quello di tutti coloro che devono passare attraverso le elezioni, prima o poi fin! irà. Quello dei De Siervo non finirà mai, per il semplice motivo che non sono eletti dai cittadini e di conseguenza non possono da questi essere mandati a casa. Lo dice la Costituzione, quella difesa dai De Siervo.

-----------------

Wikio

lunedì 2 agosto 2010

Il Cavaliere perso nel Polo Sud

IL GIORNALE DI VICENZA


Domenica 01 Agosto 2010 PRIMAPAGINA Pagina 1


L'EDITORIALE





Al di là delle parole rassicuranti di Silvio Berlusconi, l’uscita dal Pdl di Gianfranco Fini e di altri 33 deputati segna il punto di non ritorno nella parabola politica del Cavaliere. Non siamo di fronte al "tradimento" di un Bossi Anni ’90 lusingato da quel vecchio marpione di Scalfaro, nè siamo al cospetto di defezioni secondarie come quella del guastatore Follini o dell’ambizioso Casini: qui siamo al bivio del percorso di un movimento - il Pdl - basato sul leaderismo carismatico di un uomo capace di tutto, ma non di costruire un partito.
Così ora per i suoi avversari il totem da abbattere è lui, non il Pdl: quello, si sbriciolerà da solo di conseguenza. L’importante è impedire che Berlusconi porti a casa quelle due-tre grandi rivoluzioni del sistema-Paese che se attuate rischierebbero di cambiare definitivamente le carte in tavola. Ecco perch&! #233; non è un caso se la spallata a Berlusconi arriva proprio adesso che quelle rivoluzioni si profilano all’orizzonte.
Fa impressione ascoltare il premier mentre annuncia che per il governo non cambia nulla, anzi potrà accelerare il cammino delle riforme della giustizia, del fisco e del federalismo: sono esattamente le tre riforme che non possono, non devono passare secondo il disegno - piaccia o no - della maggioranza dei parlamentari. Riformare la giustizia significherebbe eliminare un’arma che può sempre tornare utile a questo o quel partito. Riformare il sistema fiscale significherebbe stravolgere equilibri e trucchi che hanno consentito a molti di prosperare sulle spalle di una minoranza.
Ma più di tutte, è la riforma del federalismo che terrorizza la larga maggioranza dei politici. Che è, non va dimenticato, meridionale. Su 43 finiani che hanno lasciato il Pdl, solo 9 sono nati al Nord: davvero c’è qualcuno che! la ritiene una coincidenza? L’obbiettivo numero uno ! 2; sbarrare la strada al federalismo e non per un’ostilità pregiudiziale alla Lega, ma perché una simile riforma sarebbe inapplicabile al Sud: farebbe saltare in aria metodi, equilibri e sistemi consolidati.
Quando i finiani annunciano di voler mantenere la parola data agli elettori e sostenere quindi il governo votando a favore di tutte le iniziative "presenti nel programma elettorale" dicono una mezza verità: perché non parlano del programma elettorale del Pdl, ma di quello loro personale. Ve lo immaginate un Fabio Granata arringare gli elettori siciliani sulla necessità di realizzare il federalismo? Non l’ha mai fatto, nè mai lo farà.
Morale: nonostante l’apparente confusione, le strategie sono ben definite. Berlusconi è di fatto assediato, ha la maggioranza solo per svolgere l’ordinaria amministrazione e quando sarà cotto a puntino il governo andrà sotto (sulle intercettazioni, sui decreti attua! tivi del federalismo, su una qualsiasi iniziativa di peso) spingendo il Cavaliere a dimettersi e a chiedere elezioni che Napolitano non concederà prima di un passaggio in Parlamento. Lì si formerà una maggioranza trasversale, un governo "istituzionale" con due soli compiti: da un lato fare una legge elettorale che impedisca a Berlusconi di riavere una maggioranza anche in caso di un’ipotetica nuova vittoria, dall’altro lato convincere Bossi che la parabola del Cavaliere è finita e staccarlo da lui così come si stacca una spina da una presa di corrente.
A quel punto è probabile che il Senatùr accetti, anche perché l’alleanza è di ferro con Berlusconi ma sul territorio i rapporti con i pidiellini sono da tempo ai minimi termini: anzi, al Nord sono ormai di palese concorrenza.
L’unica incognita, a quel punto, sarà vedere che fine farà la massa di elettori che hanno creduto e credono nei progetti ! e nei metodi berlusconiani. Ma con un Paese diviso in tre (Lega al Nord! , sinistra al Centro, finiani al Sud) e una nuova legge elettorale, la maggioranza relativa non conterà più. Come un ventennio fa.

domenica 21 marzo 2010

Se le vittime precedono il crollo di un castello d’accusa (Avvenire)

Avvenire 21/03/2010, Pagina A02
LE ASSOLUZIONI A NAPOLI, IL SUICIDIO DI NUGNES, IL VERO RUOLO DEI PM
Se le vittime precedono il crollo di un castello d’accusa
DANILO PAOLINI

Due lievi condanne con pena sospesa, quattordici tra assoluzioni e proscioglimenti, una morte per suicidio. Se un osservatore superficiale dovesse valutare l’«efficienza» di un ufficio giudiziario (concetto, questo, molto caro sia alla magistratura associata sia all’attuale maggioranza di governo, seppure in chiavi diverse) da certi risultati, darebbe alla procura di Napoli un 'voto' insufficiente. Tragicamente insufficiente, nel caso appunto del processo napoletano denominato «Global Service», che dopo essere stato ampiamente celebrato sui giornali è collassato davanti al giudice per l’udienza preliminare in una pioggia di «non luogo a procedere» e di «il fatto non sussiste». Si potrebbe anche ricordare come sono andate a finire, sempre a Napoli, le inchieste sulle telefonate tra Agostino Saccà e Silvio Berlusconi e quella su Guido Bertolaso in materia di emergenza rifiuti: archiviata la prima, dopo essere stata trasferita a Roma per competenza territoriale; sfociata, la seconda, in un processo per un reato contravvenzionale punito dal codice (se verrà dimostrato) con una multa. Ovviamente, un giudizio fondato esclusivamente su tali elementi sarebbe ingiusto e privo di buonsenso: basterebbe citare i numerosi colpi messi a segno nella lotta alla camorra (ma non solo) per comprendere i grandi meriti e le indubbie capacità investigative che la stessa procura partenopea può vantare. Ma la provocazione, consapevole, serve per allargare il raggio della riflessione a un paio di conti che non tornano, tra i tanti, nel quadro clinico della nostra giustizia. Il primo riguarda proprio la sovraesposizione mediatica di certe indagini: appena scattano le manette preventive (sembra che senza non si possa più indagare), la fase istruttoria si consuma già sui mezzi di comunicazione. Il dibattimento viene saltato. Si passa, magari con l’ausilio di verbali e d’intercettazioni sbobinate, direttamente alle sentenze, tutte di condanna. Questa, almeno, è la percezione della gran parte dell’opinione pubblica. E questa è la percezione che deve aver avuto Giorgio Nugnes, l’ex-assessore del Comune di Napoli: si è impiccato alla fine del 2008, dopo aver saputo del suo coinvolgimento nell’inchiesta «Global service» e del suo probabile, imminente arresto. Oggi sarebbe il quindicesimo scagionato, invece è già nell’elenco delle troppe vittime delle distorsioni spettacolari della giustizia. Si dirà: i pm hanno fatto il loro lavoro di pubblici accusatori, poi il giudice terzo ha emesso il suo verdetto. Tutto a posto, quindi. Invece no, eccoci all’altro conto che non torna: non è la prima volta che impianti accusatori elefantiaci si riducono a niente o quasi. In particolare, non è la prima volta che il reato di associazione per delinquere si dissolve alla prova dei fatti. Ma non si può far finta d’ignorare che ipotizzando il reato associativo si ottengono più facilmente autorizzazioni a intercettare e ad arrestare. Beninteso, in uno Stato di diritto nessuno può augurarsi inquirenti timidi o frenati nel prendere le iniziative che ritengono necessarie. Tuttavia, sono richieste anche a chi indaga la misura e la scrupolosità proprie del giudice. Nel nostro ordinamento, ancora oggi, prima di essere una parte del processo il pm è un magistrato: esercita l’azione penale e sta in giudizio nell’interesse pubblico, cioè di ciascuno di noi. E quando pensa di non avere raccolto gli elementi per chiedere un processo o una condanna, è tenuto a sollecitare l’archiviazione o l’assoluzione. Senza forzature procedurali, possibilmente. Del resto, l’appartenenza alla giurisdizione dei procuratori della Repubblica e dei loro sostituti è sempre citata, dagli avversari della separazione delle carriere dei magistrati, come la prima garanzia per tutti i cittadini. Anche per quelli indagati o imputati.

-------------------------------------------------------------

Powered by TECNAVIA / HIT-MP Copyright (c) Avvenire


domenica 14 febbraio 2010

Anche il dialetto aiuta gli stranieri a costruire integrazione (Avvenire)

Avvenire 14/02/2010, Pagina A02
CHE COSA INSEGNA L’ESPERIENZA VENETA
Anche il dialetto aiuta gli stranieri a costruire integrazione
GABRIELLA SARTORI
ntegrazione degli immigrati: difficile, ma necessaria.
I Il tema resta all’ordine del giorno, non solo in Italia ma in tutta Europa. Le ricette sono molte.
Vedi quella elaborata dal governo francese, alle prese con una delle percentuali più alte di immigrati di cultura islamica la cui integrazione è particolarmente difficoltosa. A fronte dello spinoso problema, il governo Sarkozy propone, tra l’altro, il rispetto di un paio di 'obblighi': la presenza in tutte le classi scolastiche della Dichiarazione universale dei diritti, perno fondamentale su cui riposa l’esistenza stessa della République, e l’obbligo per tutti gli studenti di imparare l’inno nazionale, la 'Marsigliese', e di cantarlo almeno una volta all’anno. La proposta pare sgradita a molti islamici, pur apparentemente 'integrati'. Lavoriamo, paghiamo le tasse, hanno fatto sapere, ma la 'Marsigliese' no, non vogliamo impararla.
Scuola e inno nazionale comuni a tutti: chiunque, anche nel passato, si sia cimentato col problema dell’integrazione in uno stesso Stato fra popoli diversi per lingua, costumi, religione, mentalità, se n’è occupato.
Vedi il caso dell’imperial-regio governo austriaco che per far sentire 'uniti' tutti i suoi sudditi appartenenti ad un mosaico interetnico fra i più variegati (e rissosi) della storia, riuscì nell’intento imponendo a tutti l’istruzione obbligatoria e il canto quotidiano in classe dell’inno nazionale. Con la concessione, davvero lungimirante per i tempi e per i luoghi, che ogni popolo potesse cantarlo nella lingua d’origine: stesso testo (inneggiante all’imperial-regia monarchia), stessa (bellissima) musica uguale per tutti, ma ognuno poteva cantarlo nella propria lingua madre (tedesco, italiano, slavo, ungherese, ecc). Un’idea certo non integralmente applicabile ai giorni nostri, ma che indica una linea politica di integrazione innegabilmente intelligente. Che diede a lungo i suoi frutti di cui ancora oggi si apprezza il valore.
Restando in tema di lingua e lingue, e tornando all’attualità, sta facendo discutere la 'ricetta' veneta: l’uso del dialetto come mezzo privilegiato di integrazione. E non sono chiacchiere: una documentatissima indagine condotta dall’istituto 'Quaeris' nella provincia di Treviso (che sta al top della classifica italiana per la percentuale di immigrati residenti e per il tasso di integrazione), rivela che la percentuale dei 'nuovi veneti' che parla il dialetto raggiunge ben il 64,9% degli studenti e il 31,3% dei lavoratori. Di questi studenti, a casa, oltre il 75% parla con i familiari nella lingua d’origine, ma 'con gli amici' e 'a scuola' oltre l’85% usa quotidianamente il veneto. E i lavoratori? Ben l’83,4% parla veneto con 'i vicini di casa' mentre addirittura il 94,4% di loro lo usa 'sui luoghi di lavoro'. La cosa piace anche ai neurolinguisti: chi cresce conoscendo il dialetto oltre alla lingua (meglio se due) ha la fortuna di formarsi un cervello bi o tri lingue, predisposto cioè ad apprender meglio e più in fretta anche ulteriori lingue straniere.
L’uso del veneto «rende più spontanei i rapporti, fa sentire veneti», gente familiare insomma. Lo spiega Rina Biz, già 'anima' e presidente onoraria della cooperativa ad ispirazione cristiana 'Insieme si può', oggi presieduta da Annita Leuratti. Giunta ai 25 anni di vita dedicati al sostegno e al recupero di persone variamente 'fragili' (malati, anziani, deboli mentali. ecc.), la cooperativa conta 1.100 iscritti, per il 93% donne. L’uso del veneto, spiegano ad 'Insieme si può', diventa fondamentale soprattutto in certi ambiti di lavoro, specie edilizio e socio-sanitario (infermieri/e, badanti in famiglie e case di riposo. ecc.). E dunque, la ricetta veneta per l’integrazione degli stranieri merita di esser presa in considerazione: per gli invidiabili risultati conseguiti, innanzitutto. Ma anche per il modo attraverso il quale li si ottiene: gli stranieri vanno visti subito come i 'nuovi veneti', tanto è vero che possono imparare subito la lingua che si usa in casa, al lavoro e con gli amici. A patto di crederci. Perché: 'Insieme si può'. E si vede.



-----------------------------------------------------
Powered by TECNAVIA / HIT-MP Copyright (c) Avvenire

venerdì 5 febbraio 2010

Siamo razzisti o il problema è un altro? (il Giornale di Vicenza)

Il Giornale di Vicenza
  • Giovedì 04 Febbraio 2010
  • CRONACA,
  • pagina 20

Siamo razzisti o il problema è un altro?

«Abbiamo solo pregiudizi per chi è fuori dal ciclo produttivo». «Ma ci spingono a xenofobia e paura perché portano voti»


LO SCRITTORE DRAMMATURGO
Giancarlo Marinelli è nato a Vicenza 36 anni fa ma vive e lavora tra Este, Roma e Milano. È scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e insegnante di Istituzioni di Regia Teatrale. Editorialista
de “Il Giornale”, ha scritto diversi articoli sul rapporto tra italiani
e stranieri. Marinelli è stato
per due volte finalista al Premio Campiello: nel 2002 con
“Dopo l'amore” e nel 2006 con “Ti lascio il meglio di me”. Il suo ultimo libro, edito da Bompiani,
è incentrato sulla figura di Gesù e
si intitola “Non vi amerò per sempre”. ! La maggioranza degli italiani non è razzista. O, per meglio dire, lo sono come ogni porzione di società post-consumista, che nutre un certo pregiudizio nei confronti di chi è escluso dal ciclo produttivo. In questo senso il “razzismo" è da intendersi più specificatamente come classismo: classista era la società feudale e contadina; non era classista la società immaginata dal fascismo che, per l'appunto, quando ha voluto tramutarsi veramente in razzista, ha immediatamente perduto il consenso popolare. Oggi l'Italia è un paese falsamente classista e, soprattutto, profondamente esasperato.
$ Gli farei vedere “Mississipi Burning" di Alan Parker.
% Si tratta di “schiavismo". Puro e semplice. Lo sfruttamento infame di individui più deboli a cui il capitalismo ci ha abituato frequentemente. Poco importa che gli schiavi siano neri, bianchi o blu, che raccolgano pomodori o aprano le cerniere di clienti avidi di corpi senza ordine e senza decenza. Non penso che potrebbe verificarsi altrettanto in Veneto: non esiste, per lo meno in modo così organico e massiccio, una forza criminale capace di essere un anti-Stato in grado di condizionare ogni potere. Vero è che in un recente passato si è saputo di “grandi imprenditori veneti" che sfruttavano, all'estero, bambini operai pagati anche meno degli schiavi di Rosarno.
Q No. Come ho detto precedentemente, hanno un substrato classista e un animo realmente provato, esasperato.
W Volentieri. E parteciperei volentieri anche ad uno sciopero contro la Caritas e altre fondazioni, associazioni, comitati d'affari vari della Chiesa Cattolica, che, in questo paese, godono di una sorta di immunità fiscale e contributiva, e di una più generale condizione di privilegio che gli altri cittadini, italiani e non, possono soltanto sognare. A proposito di questa oggettiva disuguaglianza: come la chiamiamo?
E Diventerebbe razzista se “adeguarsi allo stile di vita" si traducesse in: devi vestire come voglio io, pregare il Dio che voglio io, frequentare luoghi e persone che stabilisco io, muoverti e lavorare secondo il mio incondizionato arbitrio. Insomma; come accade in molte teocrazie islamiche.
R Assolutamente no. Si può discutere l'efficacia dei provvedimenti. Ma sono tesi allo snellimento e al miglioramento delle metodologie didattiche. Non a pregiudizi di tipo razziale. Se cominciamo a leggere tutto in chiave xenofoba, finiamo per creare mostri dal nulla.
T Verona-Napoli. I veronesi accolgono i partenopei con questo striscione: "Benvenuti in Italia". Girone di ritorno. I napoletani rispondono ai veronesi con questo saluto dalla curva: “Giulietta era una zoccola". Straordinario… Lo stadio è un vulcano di impulsi ciechi, di palpiti tremendi e straordinari difficilmente classificabili. Più che i proclami assai pericolosi di Maroni, suggerirei un sano squadrismo; quando un manipolo di imbecilli grida “Negro di m…" a Balotelli o “Pessotto buttati di sotto", opterei per una raffica di calci nel sedere da parte di alcuni nerboruti uomini di buona volontà.
U Ho dedicato buona parte della mia vita, un libro e uno spettacolo teatrale, alla irrinunciabile figura di Gesù. Gli ho scritto persino una “lettera" che ha fatto molto rumore, dove ho detto: «Chi ti vuole rimuovere, in verità ti sta chiamando. Chi ti rinnega, in verità, sente il disperato bisogno di te».
I In sostanza Berlusconi dice: "Meno clandestini, meno reati". Mi sovviene d'istinto un dubbio atroce: vuoi vedere che il nostro premier non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana?


LO SCRITTORE MUSICISTA
Musicista, compositore, scrittore
e poeta, Bepi De Marzi è stato insegnante al conservatorio
di Padova. I canti dei suoi
“Crodaioli” sono diffusi in tutto
il mondo. Ha ricevuto molti premi,
dal "Provincia di Vicenza" al
“Premio Masi” per la Civiltà Veneta. Bassano gli ha recentemente assegnato “L'alfiere d'oro". Accademico Olimpico, fa parte del Gruppo Italiano degli Scrittori di Montagna. Sottolinea di non aver
mai militato in alcun partito
e di aver sempre gustosamente ironizzato sui politici di professione. ! Senza dubbio! Il razzismo viene manovrato. Pensiamo alle leggi fasciste. Diceva Rigoni Stern: «Mussolini ha trasformato gli italiani in marionette in poco meno di vent'anni, ma Hitler ha trasformato i tedeschi in criminali in soli sei anni». Berlusconi, si sa, è ormai ostaggio della Lega: le ha dimostrato tutto il suo servilismo dichiarando “L'Italia non sarà mai multietnica". È una forma di provincialismo e di razzismo che culturalmente ci colloca agli ultimi posti nel mondo.
$ Racconterei che, in terza elementare, la maestra piangendo ci disse che Robertino non sarebbe più venuto a scuola perché aveva un cognome che non piaceva alle autorità. Robertino Benedetti, ebreo, iscritto di nascosto nel registro della nostra classe come Lorenzini, è morto a Buchenwald con tutta la famiglia. Poi parlerei del Governo attuale che incita perfino i medici a denunciare i clandestini.
% Tutti sapevano del dramma di Rosarno! Anche la Chiesa ha finto di saperlo ufficialmente dopo. Cosa importa se il Papa si affaccia alla finestra esprimendo la sua preoccupazione? Deponga i piviali dorati e le mitrie con le ametiste e vada a consolare i nuovi schiavi della terra che piangono e si disperano poco lontano dal Vaticano. Non voglio pensare che anche in Veneto ci siano situazioni così estreme.
Q Le assemblee condominiali sono grottesche battaglie dell'insofferenza tra vicini di casa, anche tra italiani! Ma non fanno notizia. Allora si enfatizzano le incertezze dei poveri che vengono dai deserti della fame. Sappiamo chi soffia sul fuoco: “Instillare la paura, alimentarla e offrirsi come aiuto per cancellarne le cause" è una strategia che porta molti e molti voti.
W Era ora che si arrivasse alla protesta nazionale. Vorrei entrare nei loro cortei. E spero in manifestazioni dignitose, a testa alta, dolorosamente. Le proteste devono essere severe, con la disperazione comunicata dal silenzio.
E Ho percorso tutto il mondo a suonare e a cantare. In Australia ho conosciuto tanti emigrati che vivono ancora come quando erano in Italia. Stesso modo di vestire, stessa cucina, stesse abitudini velate di nostalgia. Ma i loro pronipoti sono ormai australiani autentici. Accadrà così anche da noi.
R Un insegnante deve conoscere le lingue e rivolgersi ai suoi alunni senza pregiudizi. Nelle scuole dei Paesi più avanzati l'insegnamento è anche individuale, con la normale pluralità linguistica. Noi invece proponiamo lo studio del dialetto! Il famigerato 30 per cento proposto dal Governo è un altro ricatto della Lega, un omaggio al dentista Calderoli.
T L'Italia ha fatto morire anche il gioco del calcio. Allo stadio vanno i violenti per fare "buuu" a comando. La proposta di Maroni è un altro segno della schizofrenia: fermare le partite quando si manifesta il razzismo e respingere razzisticamente i disperati che chiedono asilo!
U La Russa auspica la morte per chi si oppone al crocifisso, a Montecchio M. la sindachessa ha tolto le panchine dove qualche immigrato sostava, ma ha piantato una grande croce nel cortile del municipio. Un gesto deplorato con cristiane argomentazioni dal parroco don Stefano Manni. Nell'asilo Bonazzi di Arzignano e nella scuola materna di Monticello di Fara abbiamo cantato Gesù bambino. Ho la certezza che ad opporsi a crocifissi e presepi sono più gli insegnanti che vogliono una scuola atea che gli stranieri. Ma le nostre più tenere tradizioni vanno tutelate.
I No! Questa è una menzogna. La criminalizzazione degli stranieri e dei clandestini, che sono i più disperati tra i disperati, è una perversa attuazione del programma che intende portare una grande parte dell'Italia alla xenofobia.

giovedì 4 febbraio 2010

LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD


Avvenire 03/02/2010, Pagina A02

LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD
Il segnale «forte» sia alle vittime di regime

ELIO MARAONE

I
l 2010 vedrà il crollo del liberticida regime iraniano, trentun anni dopo il suo av­vento?
Questo non è il sempli­ce auspicio di chi, dentro e fuori l’Iran, invoca il rispetto dei di­ritti umani e, più in generale, u­na promozione della democra­zia. Questa è un’ipotesi molto seria, è anzi un possibile tra­guardo che anche Silvio Berlu­sconi fa intravedere – velata­mente, come vuole la saggia prudenza diplomatica– parlan­do da Israele, dove dice, tra l’al­tro, di sperare che « la comunità internazionale sappia mettere in campo sanzioni forti » nei confronti di « uno Stato che pre­para l’atomica per usarla contro qualcuno... uno Stato che ha u­na guida che ricorda personaggi nefasti del passato » . L’audacia del paragone ( ovvero, ricorde­rebbe un capo nazista quell’Ah­madinejad che, rammentiamo noi, anche recentemente ha messo in dubbio la Shoah e ne­gato il diritto di esistere a Israe­le) e la durezza del tono da par­te del presidente del Consiglio i­taliano si spiegano anche con il contesto, ovvero con le pressio­ni e la fisica compagnia, a Geru­salemme, del premier Benjamin Netanyahu. Il quale non è sem­brato troppo disposto, lo anno­tiamo di passata, ad aderire agli inviti del suo ospite per una im­mediata ripresa del processo di pace con i palestinesi, con il blocco degli insediamenti nei Territori occupati. Su questo punto, come sul sogno di Berlu­sconi di vedere Israele nell’U­nione europea si potrà ancora ragionare alla conclusione della visita, prevista per oggi. Ma in­tanto è importante sottolineare, anche per i suoi riflessi sull’o­rizzonte internazionale ( dai Paesi arabi agli Stati Uniti all’U­nione Europea all’Iran stesso a quella Russia che Berlusconi di­ce « fortemente consapevole del pericolo che arriva da Tehe­ran » ), la netta svolta della politi­ca estera italiana, che abbando­na la tradizionale linea dell’e­quidistanza fra Israele e il resto del Levante, a cominciare da quell’Iran che dalla caduta dello Scià si è fatto sempre più peri­coloso, sino a costituire una mi­naccia per l’esistenza stessa dello Stato ebraico e per la sta­bilità dell’intera regione. Per an­ni l’Iran è stato apprezzato, e tollerato, come un partner eco­nomico prezioso e un possibile arbitro per stabilizzare Afghani­stan e Iraq, al punto di convin­cere anche Barack Obama a in­sistere nella politica della mano tesa nei suoi confronti. Ma quella stagione sembra allonta­narsi definitivamente, il presi­dente degli Stati Uniti schiera missili nel Golfo Persico, prepa­ra pesanti sanzioni economiche e invita gli alleati a fare altret­tanto. Berlusconi segnala e ri­marca il progressivo calo del­l’interscambio con l’Iran, e fa balenare sanzioni forti per al­lontanare il rischio della trasfor­mazione in potenza nucleare di un regime che, tra l’altro, « non ha un grande sostegno popola­re » . Vero. E si deve inoltre ricor­dare che il regime degli ayatol­lah non soltanto sta insistendo nella corsa al nucleare, ma an­che sta diventando sempre più spietato nella repressione del dissenso interno. La forca laggiù lavora a ritmo crescente, dando ragione al leader dell’opposizio­ne Mir Hossein Mussavi che parla di « tirannia » e afferma che « non c’è dittatura peggiore di quella in nome della religione » : nei prossimi giorni saranno im­piccati nove dimostranti arre­stati durante le proteste antigo­vernative, il 28 gennaio sono state eseguite le condanne a morte di due ventenni accusati di essere moharebeh
( nemici di Dio). È tempo – da tempo – di alzare ovunque la voce, e di far seguire alle parole i fatti. molti­plicando gli sforzi per isolare quel cupo regime e dare alle sue attuali vittime almeno la certez­za che non sono sole.






Powered by TECNAVIA / HIT-MP
">Copyright (c) Avve


IPOTESI D’USCITA DALLA PARALISI (Avvenire)

Avvenire 03/02/2010, Pagina A02

IPOTESI D’USCITA DALLA PARALISI ( O ULTIMA SPIAGGIA)
E se la nuova giustizia fosse un frutto d’Europa?

FRANCESCO D’AGOSTINO

C
aro direttore, anche se non è stata assolutamente compatta, la protesta dei magistrati in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha espresso in modo inequivocabile una frattura nelle istituzioni del nostro Paese difficilmente ricomponibile e tale, comunque evolva la situazione, da peggiorare la nostra convivenza civile, già per tante altre ragioni fragile e compromessa. Che così stiano effettivamente le cose è stato sottolineato da tutti i commentatori, anche se pochi hanno rilevato che questa frattura viene da lontano e che le sue responsabilità vanno addebitate a entrambe le parti in conflitto, anche se con diverse accentuazioni. È dall’inizio degli anni Settanta del secolo scorso che la magistratura si è nutrita (e continua a nutrirsi) di una visione arbitraria delle proprie funzioni istituzionali, percepite, implicitamente se non esplicitamente, come propriamente politiche e giustificate, con arditi equilibrismi ideologici, con riferimenti alla Costituzione, tanto appassionati quanto incongrui (e questo spiega il fatto che la protesta posta in essere dai magistrati in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario sia stata condita da una vistosa esibizione mediatica della nostra Costituzione). Per capire la mutazione genetica che ha contrassegnato la magistratura italiana negli ultimi decenni bisogna riportare alla memoria l’espressione «uso alternativo del diritto», che cominciò ad essere usata nel 1973 per indicare modalità di interpretazione e di applicazione della legislazione vigente volte ad alterare, per via non parlamentare e violando quindi il primato democratico del Parlamento, gli equilibri sociali del Paese. Questa espressione non è oggi così diffusa come lo era qualche decennio fa, soprattutto nei dibattiti ideologici e dottrinali; essa però sembra che sia stata profondamente assimilata dai magistrati e che sia entrata a far parte, per dir così, della loro psicologia, inducendoli a trasformare il principio costituzionale, secondo il quale essi sono soggetti soltanto alla legge (articolo 101) nell’opposto principio, secondo il quale sarebbe piuttosto la legge a essere soggetta alla loro sovrana e insindacabile interpretazione (si pensi, per fare solo alcuni esempi, a come la Cassazione, nel caso di Eluana Englaro, abbia letteralmente stravolto il principio giuridico-positivo dell’indisponibilità della vita e a come, ancor più recentemente, qualche fin troppo solerte magistrato abbia autorizzato applicazioni della legge 40/2004, sulla procreazione medicalmente assistita, secondo linee in assoluto contrasto col dettato esplicito della legge stessa). Diverse, ma non meno gravi, le responsabilità della classe politica in questi ultimi decenni. Di fronte alla diffusa consapevolezza dell’urgenza di riforme giudiziarie, essa si è mossa in modo goffo e incoerente, producendo, spesso per torbide ragioni occasionali e non di giustizia, una serie interminabile di 'leggine' in materia civilistica, penalistica e processuale, che hanno incrinato la certezza del diritto e colpito a morte la coerenza del sistema giudiziario. Si è perfino arrivati a dilatare, rendendolo inutilmente pesante e farraginoso, l’articolo 111 della Costituzione, nell’illusione di poter così formalizzare definitivamente i principi del 'giusto processo', ma senza riuscire in alcun modo ad arrestare la crescente sfiducia dell’opinione pubblica nella giustizia. Lungi da me l’illusione di aggiungere una mia alle mille vie risolutive che sono state ipotizzate per uscire da una situazione così disperante. Posso limitarmi a ricordare una sola strada, meno battuta di altre, che per me possiede una forte carica suggestiva: quella di sprovincializzare il conflitto ideologico che tormenta da anni l’Italia, verificando la possibilità di costruire un ordinamento giudiziario europeo unificato, almeno per quei Paesi dell’Unione che trovano le radici dei loro sistemi giuridici nella tradizione del diritto romano. Ferma restando la sovranità giudiziaria dei singoli Stati, l’idea di un impegno per costruire un’unica legislazione processuale potrebbe portare una ventata d’aria fresca in un dibattito così astioso e soffocante, da essere divenuto pressoché incomprensibile a chi segua le vicende italiane dall’estero. Sappiamo che non ci sarà un’autentica Unione Europea fino a quando, unificata la valuta, non sarà unificato il sistema giudiziario: cogliamo e anticipiamo questa occasione. Il passo indietro che un ordinamento giudiziario europeo dovrebbe far compiere ai politici e ai magistrati italiani sarebbe molto vistoso, ma è proprio per questo che non possiamo non ritenerlo tutti necessario e urgente.
Con la consueta lucidità e chiarezza il professor D’Agostino ha sintetizzato le ragioni di una contrapposizione e di una crisi che imprigionano la giustizia italiana da tempo e che negli ultimi 16 anni si sono fatte più drammatiche.
Le cronache di queste ore, a proposito del «legittimo impedimento» e, in modo ancor più emblematico, dell’idea (già naufragata) di ridisciplinare l’uso processuale dei cosiddetti pentiti di mafia non fanno che confermare sterilità e tossicità del dibattito su questioni di enorme rilevanza. Alla 'via europea' per la riforma delle nostre procedure di giustizia che D’Agostino ipotizza da par suo, si potrà forse obiettare di essere indicata con un po’ troppo anticipo ripetto ai tempi d’integrazione reale di una Ue che procede a un claudicante
ralenti, non certo la capacità di sottolineare un problema giuridico, istituzionale e di rapporto Stato-cittadini indicandone la suggestiva soluzione. E se questa legislatura nazionale non saprà essere, come auspicato dal presidente della Repubblica, quella della svolta efficacemente riformatrice e riequilibratice in tema di giustizia e di rapporti tra politica e magistratura, la 'via europea' potrebbe diventare ben più di una suggestione: il percorso obbligato verso una mortificante ultima spiaggia. (mt)








sabato 5 dicembre 2009

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN (Avvenire)

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN/1
La scienza immolata sull’altare della politica

RICCARDO CASCIOLI

G
uardando ad alcuni fatti che stanno accadendo mentre si avvicina il vertice di Copenaghen sul clima, si fa fatica a sfuggire alla sensazione che la «politica del clima» non abbia niente a che fare con la «scienza del clima». Esemplare da questo punto di vista è ciò che è avvenuto attorno al «Climagate», ovvero alla pubblicazione di migliaia di e-mail rubate alla banca dati del Climate Research Unit (Cru) dell’Università di East Anglia (Regno Unito). In queste mail decine di scienziati tra i più influenti si scambiano una serie di suggerimenti per «pilotare» dati sulle temperature e pubblicazioni di studi in modo da ottenere i risultati voluti (in senso allarmista). Essendo il Cru il principale partner dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) – l’organismo dell’Onu che con i suoi rapporti ha posto le basi per gli allarmi sulle catastrofi prossime venture e conseguenti politiche contro i cambiamenti climatici – ce ne sarebbe abbastanza per fermarsi almeno un momento e vederci chiaro, ponendosi qualche domanda: è vero che questi scienziati ci hanno preso in giro? E se sì, qual è il punto vero della conoscenza scientifica sul clima? E la conoscenza attuale giustifica le drastiche scelte economiche e politiche che abbiamo già preso e quelle ancora più costose che stiamo cercando di prendere? E invece, mentre dal Cru arrivano le prime dimissioni, la «politica del clima» va avanti come se nulla fosse accaduto. E nessuna domanda o riflessione, neanche a proposito del rapporto riservato sui cambiamenti climatici preparato per la Cia nel 1974, venuto alla luce appena tre giorni fa.
Un rapporto molto interessante perché vi si leggono tutte le previsioni catastrofiche che oggi ci sono ormai familiari, ma il fenomeno osservato dagli scienziati era il raffreddamento globale, il ritorno alle condizioni della «piccola era glaciale» (1600­1850). Su tale previsione anche allora, ci dice il Rapporto, c’era il «consenso» degli scienziati e curiosamente il principale sostegno alla tesi del raffreddamento globale veniva dallo stesso Cru, oggi al centro del «Climagate», che aveva ricostruito la climatologia della Terra per un periodo di 50 milioni di anni. Se la «politica del clima» avesse a che fare con la «scienza del clima», sarebbe doveroso chiedersi come mai gli scienziati del Cru abbiano cambiato in pochi anni la loro opinione in modo così clamoroso. Perché nell’ipotesi in cui i miliardi di dollari che è costato il Protocollo di Kyoto e quelli che costerà il dopo-Copenaghen fossero spesi sulla base di una scienza truccata, qui sì che ci sarebbe da allarmarsi. Come minimo, bisognerebbe istituire una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente. E invece silenzio. A Copenaghen come se niente fosse successo. Al contrario, si moltiplicano gli allarmi sui cambiamenti climatici, anche i più improbabili.
Anche da parte dei leader dei Paesi in via di sviluppo, che fanno a gara a chi è più vittima del riscaldamento globale, così da assicurarsi una congrua fetta dei miliardi che i Paesi ricchi dovranno pagare per le loro emissioni. Ma anche qui a detrimento della scienza e dell’ambiente.
Perché questa specie di 'isteria collettiva' sui cambiamenti climatici impedisce di affrontare seriamente i veri problemi ambientali di questi Paesi, tutti riconducibili alla situazione di sottosviluppo, una condizione che rende vulnerabili ai capricci del clima, così come alle malattie, alle crisi economiche globali e così via. Ma lo sviluppo, con le sue emissioni di CO2, è il nemico numero uno dei «politici del clima» e si farà di tutto per evitare che accada. La tendenza oggi dominante è di porre limiti alla presenza umana, sia quantitativa (controllo delle nascite), sia qualitativa (limiti allo sviluppo). Le agenzie dell’Onu fanno a gara per rilanciare questo messaggio. E quello che dovrebbe allarmare è che a Copenaghen dominerà questa ideologia, che usa la scienza anziché ascoltarla, e che in nome dell’ambiente sacrifica l’uomo.

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN/2
La questione energetica è il nostro futuro

GUIDO CAROSELLI

L
a divulgazione ha bisogno di immagini e di esempi. Il rischio che si corre è quello di forzare i concetti, di portarli non esattamente al centro di un ragionamento scientifico ma, a volte, border line :
mai al di fuori, ma vicino al confine dei fatti provati.
Per la questione ambientale, è stato fatto più volte, bisogna ammetterlo. Il punto nodale è: non si tratta di una questione puramente scientifica e accademica, quanto invece di un problema che coinvolge tutta la Terra e i suoi abitanti; dunque la questione è politica, perché si tratta di decidere per il bene comune, o quantomeno per il minore dei mali possibili. E non vi è da convincere la comunità scientifica ( nella grande maggioranza già convinta dell’effetto serra), ma la gente comune e dunque anche la classe politica e l’industria. Facciamo allora, anche qui e ancora una volta, degli esempi per capirci meglio.
Affrontare i problemi climatici riconoscendo la responsabilità umana è come intendere di riparare il tetto di casa. Perché la questione è ecologica. I fatti dimostrano che l’incuria nella sistemazione del territorio, dei corsi fluviali, dei boschi, dei pendii, dei litorali si paga a caro prezzo ogniqualvolta che, per accertate cause naturali, si verificano eventi atmosferici o moti ondosi di grande intensità.
L’interruttore, che non dipende da noi, mette in moto una serie di forze che devastano i nostri beni, per nostra imprevidenza. È come smettere di fumare: la questione è vitale, perché il bene più prezioso, ancor più delle cose e delle opere, è quello della vita e della salute. Continuare a spendere energia nelle forme e nelle quantità attuali ( o addirittura crescenti per i Paesi in via di sviluppo) equivale a sostenere che il fumo non fa male, o che non è detto che nuoccia. Meglio fidarsi, invece, delle prevalenti ricerche mediche e dei conseguenti comportamenti preventivi.
Le politiche energetiche del passato- presente, che sono all’origine del riscaldamento globale, sono strettamente connesse alla emissione di sostanze inquinanti. Evitare i danni della polluzione atmosferica ci aiuta a contenere anche l’effetto serra. E viceversa.
Un po’ come mettere i soldi da parte, o investirli in beni produttivi per le generazioni future, e probabilmente anche per noi stessi.
È intervenuto giorni fa il premio Nobel Carlo Rubbia a spiegarci che il nucleare non può esimerci dai rischi connessi e non può costituire un buon investimento in tempi brevi per la produzione di energia. Il celebre fisico ha invece sottolineato, ancora una volta, la bontà della scelta solare. Si può aggiungere che anche l’energia eolica è conseguente a quella solare, essendo il vento il frutto della differenza di pressione ( e quindi della radiazione solare) da punto a punto della Terra. L’economia si trova tuttora in uno stato di crisi grazie a perduranti speculazioni finanziarie, al ricorso a disinvolte manovre vuote come scatole, senza garanzie di materie prime, senza buone spalle e capacità imprenditoriali. L’economia del petrolio e del carbone, al di là di questi mali sciagurati, ha finito comunque per portarci più effetti collaterali che benefici. È vero che, al momento, niente dà più energia di un litro di benzina. Ma le fonti rinnovabili sono praticamente inesauribili, sono destinate, se sostenute da investimenti iniziali, a costare sempre meno e sono suscettibili, agli occhi di persone capaci e lungimiranti, di dare ossigeno all’occupazione e all’economia del mondo. Perché la questione, oltre che economica, oggi è davvero globale.


giovedì 27 agosto 2009

TESSERA DEL TIFOSO, SÌ O NO MA IL CALCIO VUOLE BATTERE LA VIOLENZA? (Avvenire)


TESSERA DEL TIFOSO, SÌ O NO
MA IL CALCIO VUOLE BATTERE LA VIOLENZA?

A LBERTO C APROTTI

C
he la tessera del tifoso, ambiziosa iniziativa del Viminale per preve­nire la violenza negli stadi, non piaces­se agli ultras che abitano i nostri stadi, era scontato. Come pure che fosse mal digerita dai club di calcio, obbligati a farsene carico. E finalmente a fare dav­vero qualcosa contro il teppismo, do­po aver approfittato da sempre della di­fesa offerta ogni domenica dalle forze dell’ordine, pagata dai contribuenti. A sorpresa però ora ci si è messo pure Marcello Lippi. Che se dice che la Ju­ventus è la favorita per lo scudetto sca­tena perfide reazioni e ridicoli dibatti­ti, mentre provoca appena un’alzata di sopracciglio se, come è accaduto ieri, con l’autorità di commissario tecnico della Nazionale afferma che la tessera del tifoso «ghettizza e non mi piace».
Così, purtroppo, saranno forti anche di questo illuminato parere, le centinaia di ultras che si sono dati appuntamento a Roma per il 5 settembre: proteste­ranno, poverini, per difendere il loro di­ritto a fare i tifosi estremi e “non ghet­tizzati”.
Insomma, al ministro Maroni il calcio continua a regalare tristezze. Ma è an­che vero che al pallone (per tradizione impunito e impunibile) il Viminale a­vrebbe potuto probabilmente imporre subito un rigore ben diverso. Della tes­sera del tifoso infatti si parla come atto ufficiale dal 28 maggio del 2008. Obbli­gatoria, necessaria, da introdurre do­po che siano trascorsi i tempi tecnici per approntarla... Ne abbiamo sentite tante. E intanto i mesi sono passati, i club di calcio hanno fatto finta di di­menticarsene e quello che poteva es­sere un buon tentativo per difendere l’ordine pubblico, è diventato una bar­zelletta.
Riassumendo: la “tessera” sarebbe uno strumento di fidelizzazione, conter­rebbe le generalità del tifoso, verrebbe concessa solo previo controllo dei pre­cedenti penali dell’interessato, e so­prattutto verrebbe negata a chi sia sta­to condannato, anche in via non defi­nitiva, per reati commessi in occasione o a causa di manifestazione sportive negli ultimi cinque anni. Dire che si trat­ta di una «grave limitazione della libertà personale», pare francamente ridicolo. Piuttosto il condizionale è inevitabile, visto che solo l’Inter (e in parte il Milan) si sono adeguate sinora alle disposi­zioni del Viminale. Che però – a fronte delle oziose risposte da parte del mon­do del calcio – ha scelto la politica del rinvio, confortando chi in questa ope­razione altro non vede che una forma di «schedatura» del tifoso. Sufficiente per far venire l’orticaria ai puristi della privacy. Francamente ipocrita, visto che chi non ha mai usato catene e coltelli, può sopportare il fastidio di una tesse­ra in più nel portafoglio. E che, soprat­tutto, andare allo stadio in trasferta non è obbligatorio, mentre senza un telefo­no cellulare, o una carta di credito non puoi vivere. E con quelli in tasca sei “schedato”, da sempre. Con tanti salu­ti
alla privacy. Il ministro Maroni, a Ferragosto, ha an­nunciato di aver firmato una circolare che prevede che tutte le società di cal­cio «dovranno garantire la tessera a chi la chiederà entro il 31 dicembre», e che «dal 1° gennaio 2010, le società potran­no vendere i tagliandi riservati ai setto­ri ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso». Date e scaden­ze che si spera abbiano un significato definitivo. Perché che si tratti di uno strumento valido per arginare i delin­quenti che con la scusa della partita vanno in trasferta solo per picchiare e terrorizzare la gente perbene, è tutto da dimostrare. Ma che la violenza nel cal­cio resista (6 arresti, 54 denunce e 60 proposte di Daspo solo nella prima di campionato, con in più l’inquietante ricomparsa improvvisa degli hooligans, a Londra), e che il pallone continui a farsi beffe delle disposizioni ministe­riali, sono realtà che non ci stanchere­mo di denunciare.

martedì 11 agosto 2009

Il Comune rimprovera gli Stati degli stranieri (il Giornale di Vicenza)

1.

Crisi, il sindaco alle ambasciate: «Intervenite voi»

(vedi)


2. ------------------------------------------

EMIGRANTI. La Giunta scrive alle ambasciate di Bangladesh, Serbia, Ghana, Albania e India

Il Comune rimprovera
gli Stati degli stranieri

Antonella Fadda

«Secondo le convenzioni i Paesi di origine devono prendersi cura dei loro cittadini in difficoltà»

  • Martedì 11 Agosto 2009
  • PROVINCIA,
  • pagina 29

In costante aumento gli stranieri a Montecchio Maggiore
«Non hanno lavoro: in base agli accordi internazionali dovete prendervene cura voi». Questo il senso della lettera inviata ieri mattina dall’amministrazione di Montecchio alle ambasciate di Bangadesh, Serbia, Ghana, Albania e India. Un’iniziativa destinata a far scalpore con la quale il Comune castellano, ma lo stanno facendo altri comuni leghisti, richiama questi Paesi al dovere di fornire assistenza ai propri connazionali in Italia, secondo quanto stabilito dalla Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, in base alla quale i Paesi aderenti si impegnano “a prestare soccorso e assistenza ai cittadini, siano questi persone fisiche oppure giuridiche, dello Stato d’invio”.
«La nostra non è la solita richiesta generica – afferma l’assessore ai servizi sociali, Livio Merlo – ma un vero e proprio appello alle responsabilità da parte di questi Stati nei confronti dei loro cittadini». Un invito preciso alle ambasciate affinché si attivino a prestare aiuto ai loro connazionali rimasti senza lavoro in seguito alla crisi economica.
«I fondi destinati alle famiglie in difficoltà sono limitati - prosegue Merlo - e le previsioni economiche per l’autunno sono pessimistiche. Ci aspettiamo numerose richieste di aiuto e preferiamo, in questo caso, dare la precedenza agli italiani che hanno contribuito alla crescita della città». Nessun razzismo, precisa l’assessore: «È giusto che ogni Stato si prenda carico delle difficoltà dei propri cittadini e non le attribuisca a noi».
«La perdurante crisi economica ed occupazionale che ha colpito molti Paesi, tra i quali l’Italia e naturalmente anche la città di Montecchio, ha provocato la perdita di molti posti di lavoro e un forte della disoccupazione - scrivono anora il sindaco Milena Cecchetto e l’assessore Merlo agli ambasciatori -. In qualità di amministratori locali siamo preoccupati per il costante aumento del numero di persone e di famiglie, tra i quali figurano molti cittadini provenienti dal suo Paese, che si rivolgono ai nostri servizi sociali per chiedere un sostegno economico in quanto rimasti senza sostentamento».
Cecchetto e Merlo ribadiscono che le risorse a disposizione dell’amministrazione sono limitate rispetto al costante aumento delle richieste. «Chiediamo l’attivazione da parte del consolato competente di avviare i meccanismi di soccorso ed assistenza economica previsti dalla Convenzione - concludono -, nonché l’organizzazione di un piano di rientro per le persone che, per la perdita del posto di lavoro, risultano prive mezzi».

sabato 6 giugno 2009

LA LEGGE SULLA SICUREZZA E IL NODO CLANDESTINI (il Giornale di Vicenza)

Se manca cade ogni prospettiva di qualità della vita

Gianfranco Dori (il Giornale di Vicenza)

  • Sabato 06 Giugno 2009
  • NAZIONALE,
  • pagina 44
L'esigenza fondamentale di garantire la sicurezza ai propri cittadini, minacciata sia all'interno che dall'esterno, è la base fondante dello stesso formarsi di uno Stato. A chi tocca garantirla? Può lo Stato delegare la tutela di questo diritto? La domanda diventa quasi retorica quando i cittadini, per norme costituzionali, hanno uguali diritti e doveri: vale il principio della sussidiarietà!
La legge approvata dal Parlamento sulla sicurezza non contiene forzature elettorali; si tratta di norme che danno organicità ad esigenze sostanzialmente condivise da una larghissima maggioranza di cittadini e anche da un'ampia rappresentanza politica.
Gli eccessi sono contenuti semmai nelle dichiarazioni alla stampa: in qualche troppo trionfante affermazione sulla bontà dei provvedimenti, e di contro in accuse al governo di nostalgie fasciste e di razzismo. È a questi eccessi che si è riferito il Presidente della Repubblica invitando tutti ad una maggior misura nelle parole. Le cosiddette ronde possono anche non piacere; è certo però che i problemi non si risolvono con le parole, ma con i fatti e le decisioni. In Italia l'immigrazione clandestina è un gravissimo problema cui finora nessuno voleva metter mano. Verificare l'asilo politico è sacrosanto; ma chiedersi nel contempo dove va l'immigrato clandestino, come vive e di cosa, da chi viene reclutato, è doveroso compito di un governo responsabile.
Il Nordest ha integrato migliaia di famiglie di immigrati dando lavoro, casa, scuola, sanità; nessuno può pretendere di insegnargli come ci si comporta in una società già multietnica. Le battute possono trovare il tempo che trovano e alcune possono essere considerate pessime; ma le linee politiche in tema di presenza sul territorio vanno condotte con serietà in termini di sicurezza. Proviamo a farci sorprendere senza un documento d'ingresso in qualsiasi altro Paese del mondo. Con i disperati abbiamo dimostrato di essere generosi e ospitali, ed è forse questo che ha fatto del nostro Paese un paradiso per tutti gli immigrati, meritevoli e non. Ma la disperazione porta a comportamenti disperati. E' di questi comportamenti che la gente ha paura e si è stancata. Non c'è bisogno di alimentare la paura: basta leggere giornalmente le cronache locali o ascoltare i telegiornali per essere dalla parte della gente.
Chi ci governa, a livello nazionale o localmente, ha il dovere di dare sicurezza ai propri amministrati; se manca la sicurezza cade ogni prospettiva di dare o migliorare la qualità di vita per tutti: tanto per i cittadini italiani quanto per i nuovi arrivati.

sabato 18 aprile 2009

CHI AUTORIZZA SANTORO A URTARE LA SENSIBILITÀ DI MILIONI DI ITALIANI?

Avvenire 18/04/2009, Pagina A02

CHI AUTORIZZA SANTORO A URTARE LA SENSIBILITÀ DI MILIONI DI ITALIANI?
L’inesausto svillaneggiatore se la prese con la Via Crucis

UMBERTO FOLENA

N
on dev’essere poi così brutto ' stare in croce'. Non dovrebbe proprio, considerando la ressa di chi smania per salirci, si spintona, prima io, no io, no tu no, io sono più in croce di te. Se fanno di tutto, evidentemente rende. Non occorre un fenomenologo del martirio catodico per accorgersene. Il primo a piazzarsi in croce, fresco di messimpiega e sprizzante sorrisi sardonici, è Michele Santoro. Dai e dai, provocazione dopo provocazione, chi ce lo mette lo trova. Nessun danno, soltanto vantaggi. È il fascino del martirizzato cronico, del potente che strilla contro i potenti liberticidi, del giornalista- contro che tutto volge pro se stesso. Il celebre editto bulgaro lo catapulta al Parlamento europeo, peggio della Cajenna, sai che sacrificio. Ma i suoi fan non fan in tempo a versare troppe lacrime perché egli torna in video, ancora col tremito per la crisi d’astinenza. Già, come faceva la democrazia italiana senza di lui?
È il primo caso di martire cronico che – il pover’uomo ci corregga se sbagliamo – non vede calare il proprio conto in banca. Il secondo è Vauro Senesi, altro caso di emarginato con 5 milioni di telespettatori, di spregiudicato martello del potere pubblico sul quale spara con il pennarello da una rete pubblica. Siamo tutti profondamente
commossi e pronti alla colletta, ora che è stato martirizzato, le sue vignette in video e lui fuori, terribile; anzi no, pare che tornerà. Il terzo è il precario che nelle vignette di giovedì sera è stato protagonista di una stucchevole Via Crucis ( ci ostiniamo a scriverla maiuscola, noi, da impavidi trasgressivi anticonformisti) con continui richiami alla morte e risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo ( e vai con le maiuscole). Vauro stesso, nel 2006, aveva detto che mai avrebbe pubblicato le vignette su Maometto in quanto « tragica rappresentazione del cattivo gusto » .
Il problema è che la linea di demarcazione tra buono e cattivo gusto è relativissima. Ad esempio, per noi l’uso a fini satirico- commerciali di un fatto religioso come la Via Crucis, che sta al cuore della fede cristiana, è di pessimo gusto.
Non pretendiamo certo che Vauro la pensi come noi. Ci piacerebbe però che Vauro, e tutti i fondamentalisti idolatri della satira ( all’inizio fu la satira; la satira al centro dell’universo; eccetera), prendano in considerazione questa ipotesi: e se ciò che per me è di buon gusto urtasse invece la
sensibilità più profonda di decine di milioni di italiani? Ho il diritto di impormi, con il mio presunto « buon gusto » , anche su di loro? Oppure è delicatezza, buona educazione e buon gusto lasciar stare la Via Crucis? Poiché non aspiriamo ad essere messi in croce, sia chiaro che qui nessuno invoca la censura o altri analoghi strumenti odiosi. Quelli li lasciamo a chi, periodicamente, pretende di imporre alla Chiesa, ai suoi laici e ai suoi preti, di quali argomenti può parlare e di quali invece deve tacere.
Chiediamo soltanto di prendere sul serio l’Antonio Di Pietro che in apertura di Annozero, perorando la causa della vignetta della scandalo, quella sulle tombe d’Abruzzo, respinge l’accusa di lesa maestà affermando: « La maestà è la vita umana » . Bravo.
Ma la Via Crucis proprio questo è: la rappresentazione della vita umana vilipesa, messa a morte ma infine vittoriosa sulla morte stessa. Roba grossa. Inevitabile che diventi un bersaglio prediletto per chi sa di essere piccino, per le tiranniche divinità dell’Olimpo catodico che, in nome di se stesse, dei sentimenti altrui fanno strame.