Avvenire 03/02/2010, Pagina A02 LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD Il segnale «forte» sia alle vittime di regime ELIO MARAONE I l 2010 vedrà il crollo del liberticida regime iraniano, trentun anni dopo il suo avvento? Questo non è il semplice auspicio di chi, dentro e fuori l’Iran, invoca il rispetto dei diritti umani e, più in generale, una promozione della democrazia. Questa è un’ipotesi molto seria, è anzi un possibile traguardo che anche Silvio Berlusconi fa intravedere – velatamente, come vuole la saggia prudenza diplomatica– parlando da Israele, dove dice, tra l’altro, di sperare che « la comunità internazionale sappia mettere in campo sanzioni forti » nei confronti di « uno Stato che prepara l’atomica per usarla contro qualcuno... uno Stato che ha una guida che ricorda personaggi nefasti del passato » . L’audacia del paragone ( ovvero, ricorderebbe un capo nazista quell’Ahmadinejad che, rammentiamo noi, anche recentemente ha messo in dubbio la Shoah e negato il diritto di esistere a Israele) e la durezza del tono da parte del presidente del Consiglio italiano si spiegano anche con il contesto, ovvero con le pressioni e la fisica compagnia, a Gerusalemme, del premier Benjamin Netanyahu. Il quale non è sembrato troppo disposto, lo annotiamo di passata, ad aderire agli inviti del suo ospite per una immediata ripresa del processo di pace con i palestinesi, con il blocco degli insediamenti nei Territori occupati. Su questo punto, come sul sogno di Berlusconi di vedere Israele nell’Unione europea si potrà ancora ragionare alla conclusione della visita, prevista per oggi. Ma intanto è importante sottolineare, anche per i suoi riflessi sull’orizzonte internazionale ( dai Paesi arabi agli Stati Uniti all’Unione Europea all’Iran stesso a quella Russia che Berlusconi dice « fortemente consapevole del pericolo che arriva da Teheran » ), la netta svolta della politica estera italiana, che abbandona la tradizionale linea dell’equidistanza fra Israele e il resto del Levante, a cominciare da quell’Iran che dalla caduta dello Scià si è fatto sempre più pericoloso, sino a costituire una minaccia per l’esistenza stessa dello Stato ebraico e per la stabilità dell’intera regione. Per anni l’Iran è stato apprezzato, e tollerato, come un partner economico prezioso e un possibile arbitro per stabilizzare Afghanistan e Iraq, al punto di convincere anche Barack Obama a insistere nella politica della mano tesa nei suoi confronti. Ma quella stagione sembra allontanarsi definitivamente, il presidente degli Stati Uniti schiera missili nel Golfo Persico, prepara pesanti sanzioni economiche e invita gli alleati a fare altrettanto. Berlusconi segnala e rimarca il progressivo calo dell’interscambio con l’Iran, e fa balenare sanzioni forti per allontanare il rischio della trasformazione in potenza nucleare di un regime che, tra l’altro, « non ha un grande sostegno popolare » . Vero. E si deve inoltre ricordare che il regime degli ayatollah non soltanto sta insistendo nella corsa al nucleare, ma anche sta diventando sempre più spietato nella repressione del dissenso interno. La forca laggiù lavora a ritmo crescente, dando ragione al leader dell’opposizione Mir Hossein Mussavi che parla di « tirannia » e afferma che « non c’è dittatura peggiore di quella in nome della religione » : nei prossimi giorni saranno impiccati nove dimostranti arrestati durante le proteste antigovernative, il 28 gennaio sono state eseguite le condanne a morte di due ventenni accusati di essere moharebeh ( nemici di Dio). È tempo – da tempo – di alzare ovunque la voce, e di far seguire alle parole i fatti. moltiplicando gli sforzi per isolare quel cupo regime e dare alle sue attuali vittime almeno la certezza che non sono sole. |
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