giovedì 4 febbraio 2010

LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD


Avvenire 03/02/2010, Pagina A02

LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD
Il segnale «forte» sia alle vittime di regime

ELIO MARAONE

I
l 2010 vedrà il crollo del liberticida regime iraniano, trentun anni dopo il suo av­vento?
Questo non è il sempli­ce auspicio di chi, dentro e fuori l’Iran, invoca il rispetto dei di­ritti umani e, più in generale, u­na promozione della democra­zia. Questa è un’ipotesi molto seria, è anzi un possibile tra­guardo che anche Silvio Berlu­sconi fa intravedere – velata­mente, come vuole la saggia prudenza diplomatica– parlan­do da Israele, dove dice, tra l’al­tro, di sperare che « la comunità internazionale sappia mettere in campo sanzioni forti » nei confronti di « uno Stato che pre­para l’atomica per usarla contro qualcuno... uno Stato che ha u­na guida che ricorda personaggi nefasti del passato » . L’audacia del paragone ( ovvero, ricorde­rebbe un capo nazista quell’Ah­madinejad che, rammentiamo noi, anche recentemente ha messo in dubbio la Shoah e ne­gato il diritto di esistere a Israe­le) e la durezza del tono da par­te del presidente del Consiglio i­taliano si spiegano anche con il contesto, ovvero con le pressio­ni e la fisica compagnia, a Geru­salemme, del premier Benjamin Netanyahu. Il quale non è sem­brato troppo disposto, lo anno­tiamo di passata, ad aderire agli inviti del suo ospite per una im­mediata ripresa del processo di pace con i palestinesi, con il blocco degli insediamenti nei Territori occupati. Su questo punto, come sul sogno di Berlu­sconi di vedere Israele nell’U­nione europea si potrà ancora ragionare alla conclusione della visita, prevista per oggi. Ma in­tanto è importante sottolineare, anche per i suoi riflessi sull’o­rizzonte internazionale ( dai Paesi arabi agli Stati Uniti all’U­nione Europea all’Iran stesso a quella Russia che Berlusconi di­ce « fortemente consapevole del pericolo che arriva da Tehe­ran » ), la netta svolta della politi­ca estera italiana, che abbando­na la tradizionale linea dell’e­quidistanza fra Israele e il resto del Levante, a cominciare da quell’Iran che dalla caduta dello Scià si è fatto sempre più peri­coloso, sino a costituire una mi­naccia per l’esistenza stessa dello Stato ebraico e per la sta­bilità dell’intera regione. Per an­ni l’Iran è stato apprezzato, e tollerato, come un partner eco­nomico prezioso e un possibile arbitro per stabilizzare Afghani­stan e Iraq, al punto di convin­cere anche Barack Obama a in­sistere nella politica della mano tesa nei suoi confronti. Ma quella stagione sembra allonta­narsi definitivamente, il presi­dente degli Stati Uniti schiera missili nel Golfo Persico, prepa­ra pesanti sanzioni economiche e invita gli alleati a fare altret­tanto. Berlusconi segnala e ri­marca il progressivo calo del­l’interscambio con l’Iran, e fa balenare sanzioni forti per al­lontanare il rischio della trasfor­mazione in potenza nucleare di un regime che, tra l’altro, « non ha un grande sostegno popola­re » . Vero. E si deve inoltre ricor­dare che il regime degli ayatol­lah non soltanto sta insistendo nella corsa al nucleare, ma an­che sta diventando sempre più spietato nella repressione del dissenso interno. La forca laggiù lavora a ritmo crescente, dando ragione al leader dell’opposizio­ne Mir Hossein Mussavi che parla di « tirannia » e afferma che « non c’è dittatura peggiore di quella in nome della religione » : nei prossimi giorni saranno im­piccati nove dimostranti arre­stati durante le proteste antigo­vernative, il 28 gennaio sono state eseguite le condanne a morte di due ventenni accusati di essere moharebeh
( nemici di Dio). È tempo – da tempo – di alzare ovunque la voce, e di far seguire alle parole i fatti. molti­plicando gli sforzi per isolare quel cupo regime e dare alle sue attuali vittime almeno la certez­za che non sono sole.






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