lunedì 2 agosto 2010

Il Cavaliere perso nel Polo Sud

IL GIORNALE DI VICENZA


Domenica 01 Agosto 2010 PRIMAPAGINA Pagina 1


L'EDITORIALE





Al di là delle parole rassicuranti di Silvio Berlusconi, l’uscita dal Pdl di Gianfranco Fini e di altri 33 deputati segna il punto di non ritorno nella parabola politica del Cavaliere. Non siamo di fronte al "tradimento" di un Bossi Anni ’90 lusingato da quel vecchio marpione di Scalfaro, nè siamo al cospetto di defezioni secondarie come quella del guastatore Follini o dell’ambizioso Casini: qui siamo al bivio del percorso di un movimento - il Pdl - basato sul leaderismo carismatico di un uomo capace di tutto, ma non di costruire un partito.
Così ora per i suoi avversari il totem da abbattere è lui, non il Pdl: quello, si sbriciolerà da solo di conseguenza. L’importante è impedire che Berlusconi porti a casa quelle due-tre grandi rivoluzioni del sistema-Paese che se attuate rischierebbero di cambiare definitivamente le carte in tavola. Ecco perch&! #233; non è un caso se la spallata a Berlusconi arriva proprio adesso che quelle rivoluzioni si profilano all’orizzonte.
Fa impressione ascoltare il premier mentre annuncia che per il governo non cambia nulla, anzi potrà accelerare il cammino delle riforme della giustizia, del fisco e del federalismo: sono esattamente le tre riforme che non possono, non devono passare secondo il disegno - piaccia o no - della maggioranza dei parlamentari. Riformare la giustizia significherebbe eliminare un’arma che può sempre tornare utile a questo o quel partito. Riformare il sistema fiscale significherebbe stravolgere equilibri e trucchi che hanno consentito a molti di prosperare sulle spalle di una minoranza.
Ma più di tutte, è la riforma del federalismo che terrorizza la larga maggioranza dei politici. Che è, non va dimenticato, meridionale. Su 43 finiani che hanno lasciato il Pdl, solo 9 sono nati al Nord: davvero c’è qualcuno che! la ritiene una coincidenza? L’obbiettivo numero uno ! 2; sbarrare la strada al federalismo e non per un’ostilità pregiudiziale alla Lega, ma perché una simile riforma sarebbe inapplicabile al Sud: farebbe saltare in aria metodi, equilibri e sistemi consolidati.
Quando i finiani annunciano di voler mantenere la parola data agli elettori e sostenere quindi il governo votando a favore di tutte le iniziative "presenti nel programma elettorale" dicono una mezza verità: perché non parlano del programma elettorale del Pdl, ma di quello loro personale. Ve lo immaginate un Fabio Granata arringare gli elettori siciliani sulla necessità di realizzare il federalismo? Non l’ha mai fatto, nè mai lo farà.
Morale: nonostante l’apparente confusione, le strategie sono ben definite. Berlusconi è di fatto assediato, ha la maggioranza solo per svolgere l’ordinaria amministrazione e quando sarà cotto a puntino il governo andrà sotto (sulle intercettazioni, sui decreti attua! tivi del federalismo, su una qualsiasi iniziativa di peso) spingendo il Cavaliere a dimettersi e a chiedere elezioni che Napolitano non concederà prima di un passaggio in Parlamento. Lì si formerà una maggioranza trasversale, un governo "istituzionale" con due soli compiti: da un lato fare una legge elettorale che impedisca a Berlusconi di riavere una maggioranza anche in caso di un’ipotetica nuova vittoria, dall’altro lato convincere Bossi che la parabola del Cavaliere è finita e staccarlo da lui così come si stacca una spina da una presa di corrente.
A quel punto è probabile che il Senatùr accetti, anche perché l’alleanza è di ferro con Berlusconi ma sul territorio i rapporti con i pidiellini sono da tempo ai minimi termini: anzi, al Nord sono ormai di palese concorrenza.
L’unica incognita, a quel punto, sarà vedere che fine farà la massa di elettori che hanno creduto e credono nei progetti ! e nei metodi berlusconiani. Ma con un Paese diviso in tre (Lega al Nord! , sinistra al Centro, finiani al Sud) e una nuova legge elettorale, la maggioranza relativa non conterà più. Come un ventennio fa.

sabato 17 luglio 2010

Il gran caldo «percepito» di un’estate nella norma

Avvenire 17/07/2010, A02


LA PRIMAVERA FREDDA, LA NUBE ISLANDESE E IL TREND CLIMATICO

Il gran caldo «percepito» di un’estate nella norma


GUIDO CAROSELLI


I
l persistente, intenso, afoso caldo mediterraneo che grava sul nostro Paese in questi giorni ha radici nel Sahara occidentale, ed è esteso, attraverso l’Europa danubiana, fino alla Polonia. La gente ne parla spesso, e per questo i media collocano l’argomento in spazi di rilievo. Ma la situazione è veramente così anomala o non c’è una componente di esagerazione?

Proviamo a fare qualche considerazione.

Partiamo dalle unità di misura, perché per parlare di una caratteristica fisica (in questo caso la temperatura) occorre misurarla sempre con le stes se unità. Da alcuni anni è invalso l’uso di riferirsi alla «temperatura percepita», un valore che tiene conto sia della temperatura misurata dal termometro sia dell’umidità relativa, molto importante per la sensazione di disagio estivo. Per fare un esempio, un valore strumentale di 32 gradi abbinato a un’umidità del 70% equivale a una temperatura «percepita» di 41 gradi. La differenza tra i due risultati è notevole, pari a ben 9 punti. Per una persona di mezza età, abituata a ragionare con il solo termometro e non al corrente dell’altro sistema, la cifra che arriva è fonte di confusione.

Seconda riflessione. In primavera l’Europa ha subìto le conseguenze dell’eruzione del vulcano islandese. Per quanto le ceneri e le goccioline acide non abbiano superato la soglia della stratosfera (se l’avesse fatto gli effetti sarebbero stati molto più persistenti), l’eruzione ha provocato un temporaneo raffreddamento dell’aria (per circa un bimestre). Questo dato e le copiose preci pitazioni hanno proiettato temporaneamente l’Europa in un clima invernale, insolito e in contro-tendenza rispetto all’andamento climatico degli ultimi decenni. Si può dire
che il vulcano ha per un po’ 'mascherato' il ben noto fenomeno del riscaldamento globale. Ma cessata ormai l’azione frenante, tutto procede come prima. I più recenti rapporti confermano una situazione seria, che richiede robusti interventi con un deciso cambio nelle politiche energetiche. Gli ultimi 20 anni hanno annoverato i 10 più caldi da quando esistono i termometri di Galileo. E l’Italia si è distinta nella classifica di accelerazione del calore, con un incremento di 1,3 gradi rispetto alla media dell’ultimo secolo (contro un aumento medio globale di 0,7).

Un’ultima considerazione va svolta sull’opportunità di allarmare inutilmente la parte più sensibile della popolazione (anziani, cardiopatici, affetti da problemi di equilibrio tiroideo...). Premesso quanto detto so pra, che faccia molto caldo tra luglio e agosto è un fatto che non deve sorprendere più di tanto. Semmai, la notizia vera è stata la primavera fredda e assai piovosa, non il temporaneo fastidio del periodo canicolare.

Dispensare consigli del tipo 'non uscite nelle ore centrali della giornata' mi sembra inutile e persino stupido. Andrebbero dette, piuttosto, cose meno risapute: per esempio che non è consigliabile frequentare in questi giorni i parchi e le zone verdi, perché ricche di ozono (un gas che dà problemi nella stratosfera se è in difetto mancando la protezione dai danni dell’ultravioletto, ma che richiede attenzione anche nei bassi strati se in eccesso, perché provoca problemi respiratori e dà bruciore agli occhi).

Uno sguardo ora alle prospettive.

Sono in vista acquazzoni al Nord e poi lungo le regioni adriatiche e appenniniche del Centro-Sud.

Quanto al caldo, è probabile una temporanea attenuazione fino alla metà della prossima setti mana. Poi una ripresa del disagio, fino al 25 circa. Da lunedì 26 luglio è possibile una situazione meno pesante. Ma è un traguardo che va al di là della settimana ed è dunque opportuno riaggiornare i calcoli.










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giovedì 1 aprile 2010

Gli sposati più sani dei single

Avvenire 31/03/2010, Pagina A02
Gli sposati più sani dei single: sono le mogli a mandarli dal medico


« C
aro, quand’è che ti decidi ad andare dal medico? Ti stai trascurando troppo...». Alzi la mano il marito che non s’è sentito rivolgere almeno una volta (per lo più assai più d’una) questa frase tra il preoccupato e il minaccioso, talora senza l’affettuoso incipit.... Segno di attenzione da parte della consorte, sul quale i medici fanno affidamento perché uomini troppo impegnati o semplicemente pigri si decidano a un check-up come si deve. Un’università inglese s’è applicata a 'pesare' il fenomeno spiegandolo in ogni dettaglio. E 'scoprendo' che gli uomini sposati campano più a lungo: i coniugati si sottopongono a esami clinici più di chi non è sposato (il 6% in più, per la precisione), dando retta al saggio consiglio della moglie, o solo per non sentirselo ripetere un’altra volta. Ma le mogli – si sa – non si fermano alla consulenza: danno pure il buon esempio, con un’attività fisica del 34% superiore alle nubili. E i loro mariti – forse per reggere il confronto – diventano assai più sani dei single. Tra ammogliati e scapoli, insomma, non c’è partita.
Francesco Ognibene



sabato 27 marzo 2010

La scelta è tra hamburger e regole (il Giornale di Vicenza)

Oggetto: Un articolo da Il Giornale di Vicenza
Questo articolo ti è stato inviato da mi mismo attraverso il sito de Il Giornale di Vicenza


IL GIORNALE DI VICENZA

Mercoledì 24 Marzo 2010 PRIMAPAGINA Pagina 1



La scelta
è tra
hamburger
e regole




I genitori di otto alunni di una scuola elementare di Montecchio non pagano la retta della mensa, e il Comune mette i bambini a pane e acqua. Raccontata così, questa storia non si presta neanche ad un commento, perché il pensiero corre d’istinto verso quei piccoli incolpevoli costretti a subire una discriminazione. Ma una volta stabilito l’ovvio, ovvero che i bambini non possono in nessun caso subire le conseguenze di eventuali errori dei genitori, è forse opportuno riflettere su alcuni aspetti della questione che vanno oltre la solita disputa tra Guelfi e Ghibellini.
Innanzitutto chiarendo alcune cose. Ad esempio, che in Italia esiste il diritto allo studio ma non esiste il diritto al pasto gratuito. Esistono però strumenti che i servizi sociali di molti Comuni utilizzano per venire incontro a famiglie con necessità economiche: strumenti che il Comune di Montecchio ha peraltro attivato nei confronti di un’ottantina di bambini. Perché non anche verso quegli otto? Perché nonostante sollecitazioni proseguite per mesi, i loro genitori non hanno ritenuto di dover dare risposta alle richieste delle strutture pubbliche che volevano sapere se intendevano chiedere il servizio di mensa per i figli, e se era no in grado di pagarlo o meno. Nessuna risposta, nè si ne no.
Qual è il messaggio che passa da questo comportamento? Che il bambino è un pacco consegnato alla "società" al mattino e ritirato a fine pomeriggio, e tutto ciò che avviene in mezzo è dovuto per diritto divino. È la stessa mentalità che porta altri genitori a disprezzare ciò che viene messo nel piatto dei propri figli in mensa non per la qualità, ma per il "gusto".
Se la scuola deve fornire insegnamenti, deve anche essere un luogo nel quale si apprendono alcuni fondamentali della convivenza civile: tra questi, c’! è l’esistenza dei diritti ma anche dei doveri.
Chi ha frequentato le scuole elementari qualche decennio fa non ha goduto dell’opportunità - e sottolineo opportunità - di avere un servizio mensa: nè la merenda a ricreazione era a carico del sistema scolastico. Non ricordo che si siano provocate ondate di ragazzini traumatizzati.
Senza dubbio il Comune di Montecchio è tenuto ad aiutare chi è davvero in difficoltà economica. E avrebbe potuto perseguire il risultato con altri mezzi, magari inviando l’esattore dai morosi veri, o muovendo l’ufficiale giudiziario, o spedendo in ognuna delle otto famiglie i funzionari dei servizi sociali almeno per costringere i genitori a degnarsi di rispondere: avrebbe evitato di coinvolgere direttamente i bambini in un gioco più grande di loro, e si sarebbe risparmiato le inevitabili contumelie identiche a quelle che quattro mesi fa avevano investito un altro Comune veneto, quello di Padova. Una vicenda identica, con una famiglia che si rifiutava di confrontarsi con il Comune e un assessore esasperato (del Pd, non leghista) che alla fine ha ordinato di chiudere il rubinetto dei pasti non foss’altro che per rispetto nei confronti di tutti gli altri genitori - abbienti e meno abbienti - che avevano seguito le regole.
Se tutto si riduce a una questione di principio, si deve stabilire se è prioritario garantire a tutti un hamburger invece di un “misero" panino col formaggio oppure se le regole vanno rispettate. Quelle stesse - peraltro - che impongono a ogni Comune italiano di non far morire di fame i suoi cittadini. Hamburger o regole: ciascuno scelga.

giovedì 25 marzo 2010

Avvenire 25/03/2010, Pagina A02

L’EPOPEA DI ENIO, SOPRAVVISSUTO A SANT’ ANNA DI STAZZEMA
Quando un gesto di pietà 'racconta' la follia di una strage

NICOLETTA MARTINELLI

U
n bambino e un adolescente: il primo destinato a essere vittima, il secondo a diventare carnefice. Ma quando c’è di mezzo la libertà dell’uomo, le cose possono cambiare: a Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto 1944, il giovane nazista decise che proprio non poteva – che proprio non voleva – sterminare una famiglia. Puntò la mitragliatrice e fece partire la raffica verso il cielo. Poi abbassò la canna, abbassò gli occhi e fece segno di scappare. Enio Mancini fuggì e con lui la madre, il fratello, due anziane nonne e una zia. È uno dei pochi a essersi salvato dall’eccidio insieme a tutta la famiglia: quel giorno, nel borgo sulla collina in provincia di Lucca, morirono in 560. Per lo più bambini, donne e anziani uccisi da quattro plotoni delle SS, i corpi scelti nazisti.
Da allora Enio non ha mai smesso di cercare il soldato a cui deve la vita: quel gesto generoso – una storia nella Storia – lo ha raccontato sempre, a chiunque avesse voglia di ascoltarlo, in ogni scuola elementare che lo ha invitato, nelle università, nei circoli
cittadini, nelle associazioni culturali.
In Italia e in Germania. E in Germania, sempre, Mancini ha battuto tutte le strade possibili per trovare una traccia del suo benefattore. Di quel ragazzo poco più grande di lui aveva avuto paura fino all’ultimo, non si era fidato mai: quando lo aveva visto imbracciare il fucile era certo di venire ucciso, al rumore degli spari si era sentito morto. Invece venne risparmiato. Perché lui?
Perché non Anna Pardini, uccisa quando aveva vissuto solo venti giorni? E perché non le sorelle dell’amico Enrico Pieri, tutte falciate dal fuoco nazista? O i trenta compagni di scuola mai tornati in classe? Tante domande, nessuna risposta.
A Enio non è rimasto che ricordare, il suo personale modo di ringraziare.
Non immaginava che il giovane soldato che inseguiva, per sopravvivere voleva dimenticare: Peter Bonzelet, adesso Enio sa che si chiamava così, confidò alla moglie quanto era successo a Sant’Anna. E a nessun altro, fino alla morte, nel 1990: quel giorno in Versilia lo ha
accompagnato per tutta la vita – tormentandogli lo spirito e minando la sua salute – perché quel gesto generoso non è bastato a riscattare il resto dell’orrore. A raccontare questa parte della storia è Jochen Kirwel, il nipote di Peter, a cui la nonna prima di morire, lo scorso anno, ha passato il testimone. E anche Jochen, appena conosciuta la vicenda, si è messo a cercare, voleva sapere: di Sant’Anna, dell’eccidio, di quella famiglia salvata, delle tante distrutte.
Su Internet ha trovato la versione che Mancini non si stanca mai di raccontare. Coincideva. Ha preso il telefono e ha chiamato l’Italia, ha parlato con il sopravvissuto che cercava. Domani lo incontrerà a Roma, al Goethe Institute, dove Enio Mancini sarà insignito dalla Repubblica Federale Tedesca di un’alta onorificenza per il suo impegno nella divulgazione di quel che accadde quel giorno a Sant’Anna. Per aver scelto di ripagare Peter Bonzelet raccontando la follia di una strage attraverso un gesto di pietà.





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mercoledì 24 marzo 2010

ANCHE DISTOGLIERE LO SGUARDO È UN CRIMINE (Avvenire)

Avvenire 24/03/2010, Pagina A02

LA CRONACA TORNA A DIRLO: ANCHE DISTOGLIERE LO SGUARDO È UN CRIMINE
Ribelliamoci all’indifferenza male che insidia e che non turba

FERDINANDO CAMON

C’
era una notizia atroce ieri sui giornali: figlia ingaggia due killer, prima uno poi l’altro, a distanza di mesi, per uccidere il padre. È un 'parricidio lungo': non dura un attimo, ma mesi.
Non è un raptus, ma odio. Come Erika.
Come Maso. Non smettiamo mai di parlarne, perché non smettiamo mai di soffrirne: il padre dà la vita al figlio, il figlio toglie la vita al padre. È un gesto snaturato. Per fortuna, raro. Più frequente l’altro caso, che viene da Pescara. Qui, in una strada, davanti a un pub, un ragazzotto rom, poi arrestato, per un banale equivoco (uno spintone), ha sferrato due pugni micidiali a un giovane del luogo, che non conosceva: questo è piombato a terra in coma, e in coma è ancora. Ora, che teppisti scatenino la furia nelle strade, nei bar, negli stadi, purtroppo succede, non è una novità. Ci fa ragionare sul pericolo dei malavitosi, singoli o a bande. Ma qui il problema è un altro, non sta nei protagonisti, sta in noi: quel ragazzo mandato in coma, tra il mondo di qua e il mondo di là, è rimasto lì a lungo, davanti al pub, sul marciapiede, i clienti lo vedevano, la gente che passava lo vedeva, nessuno s’è chinato, nessuno l’ha tirato su, nessuno ha chiamato la polizia. Il ragazzo in coma è stato soccorso soltanto quando è passato di lì un suo amico, che lo ha riconosciuto. A quel punto però era impossibile risalire all’aggressore e alla sua gang. Per fortuna (fare giustizia è una fortuna) sulla scena stava puntata una telecamera: nel filmato s’è visto tutto, e il responsabile è stato preso. Domanda: perché quell’indifferenza nei presenti? È una domanda che torna ciclicamente. A Napoli un killer della camorra esce da un bar, vede un 'rivale' in piedi, gli s’accosta alle spalle, gli spara due colpi, quello cade, lui gli si china sopra con
calma e gli esplode il colpo di grazia. Poi se ne va, non corre ma cammina. Sul corpo morto o morente è tutto un viavai: gente che entra e gente che esce dal bar, gente che passa per il marciapiede, lo scavalcano piedi di uomo, piedi di donna. Nessuno si ferma. Un morto non ci riguarda. Un morente ancora meno.
Per fortuna, anche lì, c’è una telecamera: con mesi di ritardo prendiamo il killer.
Ma perché quell’indifferenza? Ci torna in mente la scena del morto in spiaggia: estate, bagnanti che entrano ed escono dal mare, gente che parla al cellulare, gente che usa il cellulare per fotografare il morto. Ma nessuno interrompe la propria vita. Mors tua, vita mea non significa 'la tua morte è la mia vita', come in guerra, ma 'la tua morte è un problema tuo, la mia vita è un problema mio': ognuno risolva i propri problemi.
Noi abbiamo tre romanzi a monte di quest’epoca, tre grandi opere che presagivano il 'male morale' che ci avrebbe avvelenati. Sono 'Gli indifferenti' di 'Moravia, 'La Nausea' di Sartre, e 'Lo straniero' di Camus. Mi son chiesto spesso quale delle tre opere ci rappresenti di più. E rispondo: 'Gli indifferenti'. La Nausea è un rifiuto del mondo (lo vomitiamo), l’estraneità è una separazione (siamo stranieri al mondo). Con l’indifferenza vediamo e sentiamo, ma non ci turbiamo. Cervello e nervi sono apatici. Troppi messaggi li hanno de-sensibilizzati. L’abulia morale è una pratica corrente. Bisognerebbe reagire, e finalmente qualcuno lo sta facendo. Torniamo un attimo a Pescara: la polizia ha trovato l’aggressore, ieri avrebbe chiuso le indagini, oggi prosegue. Perché dice: «Vorremmo sapere: chi è quella ragazza che dal bar mandava pigre occhiate alla vittima, rantolante a terra, e intanto continuava a sorseggiare la sua bibita?». La polizia la ritiene colpevole di un reato: omissione di soccorso. Il soccorso è un dovere.
L’indifferenza è un crimine. Siamo d’accordo.







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domenica 21 marzo 2010

Se le vittime precedono il crollo di un castello d’accusa (Avvenire)

Avvenire 21/03/2010, Pagina A02
LE ASSOLUZIONI A NAPOLI, IL SUICIDIO DI NUGNES, IL VERO RUOLO DEI PM
Se le vittime precedono il crollo di un castello d’accusa
DANILO PAOLINI

Due lievi condanne con pena sospesa, quattordici tra assoluzioni e proscioglimenti, una morte per suicidio. Se un osservatore superficiale dovesse valutare l’«efficienza» di un ufficio giudiziario (concetto, questo, molto caro sia alla magistratura associata sia all’attuale maggioranza di governo, seppure in chiavi diverse) da certi risultati, darebbe alla procura di Napoli un 'voto' insufficiente. Tragicamente insufficiente, nel caso appunto del processo napoletano denominato «Global Service», che dopo essere stato ampiamente celebrato sui giornali è collassato davanti al giudice per l’udienza preliminare in una pioggia di «non luogo a procedere» e di «il fatto non sussiste». Si potrebbe anche ricordare come sono andate a finire, sempre a Napoli, le inchieste sulle telefonate tra Agostino Saccà e Silvio Berlusconi e quella su Guido Bertolaso in materia di emergenza rifiuti: archiviata la prima, dopo essere stata trasferita a Roma per competenza territoriale; sfociata, la seconda, in un processo per un reato contravvenzionale punito dal codice (se verrà dimostrato) con una multa. Ovviamente, un giudizio fondato esclusivamente su tali elementi sarebbe ingiusto e privo di buonsenso: basterebbe citare i numerosi colpi messi a segno nella lotta alla camorra (ma non solo) per comprendere i grandi meriti e le indubbie capacità investigative che la stessa procura partenopea può vantare. Ma la provocazione, consapevole, serve per allargare il raggio della riflessione a un paio di conti che non tornano, tra i tanti, nel quadro clinico della nostra giustizia. Il primo riguarda proprio la sovraesposizione mediatica di certe indagini: appena scattano le manette preventive (sembra che senza non si possa più indagare), la fase istruttoria si consuma già sui mezzi di comunicazione. Il dibattimento viene saltato. Si passa, magari con l’ausilio di verbali e d’intercettazioni sbobinate, direttamente alle sentenze, tutte di condanna. Questa, almeno, è la percezione della gran parte dell’opinione pubblica. E questa è la percezione che deve aver avuto Giorgio Nugnes, l’ex-assessore del Comune di Napoli: si è impiccato alla fine del 2008, dopo aver saputo del suo coinvolgimento nell’inchiesta «Global service» e del suo probabile, imminente arresto. Oggi sarebbe il quindicesimo scagionato, invece è già nell’elenco delle troppe vittime delle distorsioni spettacolari della giustizia. Si dirà: i pm hanno fatto il loro lavoro di pubblici accusatori, poi il giudice terzo ha emesso il suo verdetto. Tutto a posto, quindi. Invece no, eccoci all’altro conto che non torna: non è la prima volta che impianti accusatori elefantiaci si riducono a niente o quasi. In particolare, non è la prima volta che il reato di associazione per delinquere si dissolve alla prova dei fatti. Ma non si può far finta d’ignorare che ipotizzando il reato associativo si ottengono più facilmente autorizzazioni a intercettare e ad arrestare. Beninteso, in uno Stato di diritto nessuno può augurarsi inquirenti timidi o frenati nel prendere le iniziative che ritengono necessarie. Tuttavia, sono richieste anche a chi indaga la misura e la scrupolosità proprie del giudice. Nel nostro ordinamento, ancora oggi, prima di essere una parte del processo il pm è un magistrato: esercita l’azione penale e sta in giudizio nell’interesse pubblico, cioè di ciascuno di noi. E quando pensa di non avere raccolto gli elementi per chiedere un processo o una condanna, è tenuto a sollecitare l’archiviazione o l’assoluzione. Senza forzature procedurali, possibilmente. Del resto, l’appartenenza alla giurisdizione dei procuratori della Repubblica e dei loro sostituti è sempre citata, dagli avversari della separazione delle carriere dei magistrati, come la prima garanzia per tutti i cittadini. Anche per quelli indagati o imputati.

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martedì 2 marzo 2010

UN INVITO A RICOMINCIARE PER GENITORI, INSEGNANTI, STUDENTI (Avvenire)

Avvenire 02/03/2010, Pagina A02

UN INVITO A RICOMINCIARE PER GENITORI, INSEGNANTI, STUDENTI
Io, prof, e quei 5 in condotta: la scuola ritrovi i «fondamentali»

FRANCESCO A GNOLI

L
a notizia è di quelle destinate a lasciar traccia: dopo che il ministero dell’Istruzione ha dato il via libera, un gran numero di professori ha deciso di utilizzare l’arma estrema del cinque in condotta al termine del primo quadrimestre, e con tutta probabilità l’ha fatto per lanciare un segnale. Agli alunni, ai genitori, alla società tutta intera. Un grido che può essere tradotto così: noi insegniamo italiano, matematica, inglese, ma quello che dobbiamo dire non riguarda anzitutto le nostre materie quanto la possibilità stessa di fare scuola. Senza doverci tramutare in gendarmi della disciplina. Senza che la lezione si trasformi nel continuo e noiosissimo richiamo all’ordine. Perché da professore so molto bene che non è possibile spiegare Dante, discuterne in classe, rendere viva la storia, la letteratura, ogni singola disciplina, se non c’è tutto quello che viene prima: la capacità dei ragazzi di stare alle regole, di comportarsi in un certo modo, di incuriosirsi, talora di entusiasmarsi.
L’ondata nazionale dei cinque in pagella – cari genitori, cari alunni, cari tutti – dice chiaramente a tutti noi coinvolti nella scuola italiana che è indispensabile tornare ai 'fondamentali'. È un po’ come quando si impara a giocare a calcio: prima della partita, prima di potersi godere gli schemi di gioco, gli affondi sulla fascia, le semirovesciate che mandano il pubblico in visibilio, occorre imparare a tenere la palla tra i piedi, passo dopo passo, esercitandosi con pazienza. Così è anche per la scuola. Devono cessare le troppe cose che purtroppo non funzionano. Certamente, perché questo avvenga, sono necessarie anzitutto regole chiare. E, per cominciare, chi le vìola deve conoscere le conseguenze del suo agire: di qui il ritorno agli esami di settembre e la maggior forza conferita al voto in condotta.
Si tratta di un passo essenziale, ma non sufficiente: la scuola lasciata da sola può fare ben poco, così come le regole che, quando restano isolate, sono destinate a rimanere lettera morta, buone tutt’al più per garantire la tranquillità dei
dormitori. Le regole infatti vanno conosciute nel loro significato profondo, devono essere il più possibile parte della storia di ogni giovane, digerite e vissute anzitutto in famiglia. Troppo a lungo una certa cultura ha voluto far credere che si potesse delegare tutto alla scuola, nella convinzione addirittura che essa fosse più adatta della famiglia a svolgere il ruolo di agenzia educativa. In nome di questa visione si è addirittura finito per affermare che anche l’educazione affettiva dei ragazzi deve passare, anzitutto, da professori, tecnici, 'esperti' gestiti dalle Asl o da altre realtà estranee alla famiglia. In un mondo che si chiede addirittura se i bambini abbiano ancora 'bisogno' di due genitori, di un padre o di una madre, che spesso dimentica la necessità per i giovani di crescere amati, con la certezza e la solidità dei primi e fondamentali affetti, il boom dei cinque in condotta vuole semplicemente ricordare la realtà: prima che persone istruite, bisogna costruire persone vere. Occorre qualcuno che sostenga il bambino quando gattona, che accompagni i suoi primi passi, che continui ad affiancarlo quando poi si pone le prime domande e si apre al mondo, come un novello Adamo. Occorrono più stabilità affettiva, meno televisione, meno Internet, meno surrogati, meno parcheggi...
La serenità e la condivisione imparate in famiglia aprono il giovane alla tranquillità dei rapporti, al rispetto degli insegnanti e dei coetanei, alla curiosità verso ciò che lo circonda e da cui egli si aspetta qualcosa di buono e di bello. È su questo terreno che spetta a noi insegnanti contribuire a far nascere un seme non più abbandonato senz’acqua e senza cura per lunghi anni, come accade ancora troppo spesso; spetta a noi prendere per mano i ragazzi, e portarli a scoprire la bellezza delle discipline umanistiche e scientifiche. Il guaio oggi è che spesso è difficile afferrare molte mani, trovare un punto di appoggio per fare leva. Nella società sempre più liquida, tutto sembra perdere consistenza: le passioni, gli interessi, l’entusiasmo, la capacità di sacrificio. In una parola: le persone. È da loro che – genitori, insegnanti, ragazzi stessi – dobbiamo tutti ricominciare.







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domenica 14 febbraio 2010

Anche il dialetto aiuta gli stranieri a costruire integrazione (Avvenire)

Avvenire 14/02/2010, Pagina A02
CHE COSA INSEGNA L’ESPERIENZA VENETA
Anche il dialetto aiuta gli stranieri a costruire integrazione
GABRIELLA SARTORI
ntegrazione degli immigrati: difficile, ma necessaria.
I Il tema resta all’ordine del giorno, non solo in Italia ma in tutta Europa. Le ricette sono molte.
Vedi quella elaborata dal governo francese, alle prese con una delle percentuali più alte di immigrati di cultura islamica la cui integrazione è particolarmente difficoltosa. A fronte dello spinoso problema, il governo Sarkozy propone, tra l’altro, il rispetto di un paio di 'obblighi': la presenza in tutte le classi scolastiche della Dichiarazione universale dei diritti, perno fondamentale su cui riposa l’esistenza stessa della République, e l’obbligo per tutti gli studenti di imparare l’inno nazionale, la 'Marsigliese', e di cantarlo almeno una volta all’anno. La proposta pare sgradita a molti islamici, pur apparentemente 'integrati'. Lavoriamo, paghiamo le tasse, hanno fatto sapere, ma la 'Marsigliese' no, non vogliamo impararla.
Scuola e inno nazionale comuni a tutti: chiunque, anche nel passato, si sia cimentato col problema dell’integrazione in uno stesso Stato fra popoli diversi per lingua, costumi, religione, mentalità, se n’è occupato.
Vedi il caso dell’imperial-regio governo austriaco che per far sentire 'uniti' tutti i suoi sudditi appartenenti ad un mosaico interetnico fra i più variegati (e rissosi) della storia, riuscì nell’intento imponendo a tutti l’istruzione obbligatoria e il canto quotidiano in classe dell’inno nazionale. Con la concessione, davvero lungimirante per i tempi e per i luoghi, che ogni popolo potesse cantarlo nella lingua d’origine: stesso testo (inneggiante all’imperial-regia monarchia), stessa (bellissima) musica uguale per tutti, ma ognuno poteva cantarlo nella propria lingua madre (tedesco, italiano, slavo, ungherese, ecc). Un’idea certo non integralmente applicabile ai giorni nostri, ma che indica una linea politica di integrazione innegabilmente intelligente. Che diede a lungo i suoi frutti di cui ancora oggi si apprezza il valore.
Restando in tema di lingua e lingue, e tornando all’attualità, sta facendo discutere la 'ricetta' veneta: l’uso del dialetto come mezzo privilegiato di integrazione. E non sono chiacchiere: una documentatissima indagine condotta dall’istituto 'Quaeris' nella provincia di Treviso (che sta al top della classifica italiana per la percentuale di immigrati residenti e per il tasso di integrazione), rivela che la percentuale dei 'nuovi veneti' che parla il dialetto raggiunge ben il 64,9% degli studenti e il 31,3% dei lavoratori. Di questi studenti, a casa, oltre il 75% parla con i familiari nella lingua d’origine, ma 'con gli amici' e 'a scuola' oltre l’85% usa quotidianamente il veneto. E i lavoratori? Ben l’83,4% parla veneto con 'i vicini di casa' mentre addirittura il 94,4% di loro lo usa 'sui luoghi di lavoro'. La cosa piace anche ai neurolinguisti: chi cresce conoscendo il dialetto oltre alla lingua (meglio se due) ha la fortuna di formarsi un cervello bi o tri lingue, predisposto cioè ad apprender meglio e più in fretta anche ulteriori lingue straniere.
L’uso del veneto «rende più spontanei i rapporti, fa sentire veneti», gente familiare insomma. Lo spiega Rina Biz, già 'anima' e presidente onoraria della cooperativa ad ispirazione cristiana 'Insieme si può', oggi presieduta da Annita Leuratti. Giunta ai 25 anni di vita dedicati al sostegno e al recupero di persone variamente 'fragili' (malati, anziani, deboli mentali. ecc.), la cooperativa conta 1.100 iscritti, per il 93% donne. L’uso del veneto, spiegano ad 'Insieme si può', diventa fondamentale soprattutto in certi ambiti di lavoro, specie edilizio e socio-sanitario (infermieri/e, badanti in famiglie e case di riposo. ecc.). E dunque, la ricetta veneta per l’integrazione degli stranieri merita di esser presa in considerazione: per gli invidiabili risultati conseguiti, innanzitutto. Ma anche per il modo attraverso il quale li si ottiene: gli stranieri vanno visti subito come i 'nuovi veneti', tanto è vero che possono imparare subito la lingua che si usa in casa, al lavoro e con gli amici. A patto di crederci. Perché: 'Insieme si può'. E si vede.



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venerdì 5 febbraio 2010

Siamo razzisti o il problema è un altro? (il Giornale di Vicenza)

Il Giornale di Vicenza
  • Giovedì 04 Febbraio 2010
  • CRONACA,
  • pagina 20

Siamo razzisti o il problema è un altro?

«Abbiamo solo pregiudizi per chi è fuori dal ciclo produttivo». «Ma ci spingono a xenofobia e paura perché portano voti»


LO SCRITTORE DRAMMATURGO
Giancarlo Marinelli è nato a Vicenza 36 anni fa ma vive e lavora tra Este, Roma e Milano. È scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e insegnante di Istituzioni di Regia Teatrale. Editorialista
de “Il Giornale”, ha scritto diversi articoli sul rapporto tra italiani
e stranieri. Marinelli è stato
per due volte finalista al Premio Campiello: nel 2002 con
“Dopo l'amore” e nel 2006 con “Ti lascio il meglio di me”. Il suo ultimo libro, edito da Bompiani,
è incentrato sulla figura di Gesù e
si intitola “Non vi amerò per sempre”. ! La maggioranza degli italiani non è razzista. O, per meglio dire, lo sono come ogni porzione di società post-consumista, che nutre un certo pregiudizio nei confronti di chi è escluso dal ciclo produttivo. In questo senso il “razzismo" è da intendersi più specificatamente come classismo: classista era la società feudale e contadina; non era classista la società immaginata dal fascismo che, per l'appunto, quando ha voluto tramutarsi veramente in razzista, ha immediatamente perduto il consenso popolare. Oggi l'Italia è un paese falsamente classista e, soprattutto, profondamente esasperato.
$ Gli farei vedere “Mississipi Burning" di Alan Parker.
% Si tratta di “schiavismo". Puro e semplice. Lo sfruttamento infame di individui più deboli a cui il capitalismo ci ha abituato frequentemente. Poco importa che gli schiavi siano neri, bianchi o blu, che raccolgano pomodori o aprano le cerniere di clienti avidi di corpi senza ordine e senza decenza. Non penso che potrebbe verificarsi altrettanto in Veneto: non esiste, per lo meno in modo così organico e massiccio, una forza criminale capace di essere un anti-Stato in grado di condizionare ogni potere. Vero è che in un recente passato si è saputo di “grandi imprenditori veneti" che sfruttavano, all'estero, bambini operai pagati anche meno degli schiavi di Rosarno.
Q No. Come ho detto precedentemente, hanno un substrato classista e un animo realmente provato, esasperato.
W Volentieri. E parteciperei volentieri anche ad uno sciopero contro la Caritas e altre fondazioni, associazioni, comitati d'affari vari della Chiesa Cattolica, che, in questo paese, godono di una sorta di immunità fiscale e contributiva, e di una più generale condizione di privilegio che gli altri cittadini, italiani e non, possono soltanto sognare. A proposito di questa oggettiva disuguaglianza: come la chiamiamo?
E Diventerebbe razzista se “adeguarsi allo stile di vita" si traducesse in: devi vestire come voglio io, pregare il Dio che voglio io, frequentare luoghi e persone che stabilisco io, muoverti e lavorare secondo il mio incondizionato arbitrio. Insomma; come accade in molte teocrazie islamiche.
R Assolutamente no. Si può discutere l'efficacia dei provvedimenti. Ma sono tesi allo snellimento e al miglioramento delle metodologie didattiche. Non a pregiudizi di tipo razziale. Se cominciamo a leggere tutto in chiave xenofoba, finiamo per creare mostri dal nulla.
T Verona-Napoli. I veronesi accolgono i partenopei con questo striscione: "Benvenuti in Italia". Girone di ritorno. I napoletani rispondono ai veronesi con questo saluto dalla curva: “Giulietta era una zoccola". Straordinario… Lo stadio è un vulcano di impulsi ciechi, di palpiti tremendi e straordinari difficilmente classificabili. Più che i proclami assai pericolosi di Maroni, suggerirei un sano squadrismo; quando un manipolo di imbecilli grida “Negro di m…" a Balotelli o “Pessotto buttati di sotto", opterei per una raffica di calci nel sedere da parte di alcuni nerboruti uomini di buona volontà.
U Ho dedicato buona parte della mia vita, un libro e uno spettacolo teatrale, alla irrinunciabile figura di Gesù. Gli ho scritto persino una “lettera" che ha fatto molto rumore, dove ho detto: «Chi ti vuole rimuovere, in verità ti sta chiamando. Chi ti rinnega, in verità, sente il disperato bisogno di te».
I In sostanza Berlusconi dice: "Meno clandestini, meno reati". Mi sovviene d'istinto un dubbio atroce: vuoi vedere che il nostro premier non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana?


LO SCRITTORE MUSICISTA
Musicista, compositore, scrittore
e poeta, Bepi De Marzi è stato insegnante al conservatorio
di Padova. I canti dei suoi
“Crodaioli” sono diffusi in tutto
il mondo. Ha ricevuto molti premi,
dal "Provincia di Vicenza" al
“Premio Masi” per la Civiltà Veneta. Bassano gli ha recentemente assegnato “L'alfiere d'oro". Accademico Olimpico, fa parte del Gruppo Italiano degli Scrittori di Montagna. Sottolinea di non aver
mai militato in alcun partito
e di aver sempre gustosamente ironizzato sui politici di professione. ! Senza dubbio! Il razzismo viene manovrato. Pensiamo alle leggi fasciste. Diceva Rigoni Stern: «Mussolini ha trasformato gli italiani in marionette in poco meno di vent'anni, ma Hitler ha trasformato i tedeschi in criminali in soli sei anni». Berlusconi, si sa, è ormai ostaggio della Lega: le ha dimostrato tutto il suo servilismo dichiarando “L'Italia non sarà mai multietnica". È una forma di provincialismo e di razzismo che culturalmente ci colloca agli ultimi posti nel mondo.
$ Racconterei che, in terza elementare, la maestra piangendo ci disse che Robertino non sarebbe più venuto a scuola perché aveva un cognome che non piaceva alle autorità. Robertino Benedetti, ebreo, iscritto di nascosto nel registro della nostra classe come Lorenzini, è morto a Buchenwald con tutta la famiglia. Poi parlerei del Governo attuale che incita perfino i medici a denunciare i clandestini.
% Tutti sapevano del dramma di Rosarno! Anche la Chiesa ha finto di saperlo ufficialmente dopo. Cosa importa se il Papa si affaccia alla finestra esprimendo la sua preoccupazione? Deponga i piviali dorati e le mitrie con le ametiste e vada a consolare i nuovi schiavi della terra che piangono e si disperano poco lontano dal Vaticano. Non voglio pensare che anche in Veneto ci siano situazioni così estreme.
Q Le assemblee condominiali sono grottesche battaglie dell'insofferenza tra vicini di casa, anche tra italiani! Ma non fanno notizia. Allora si enfatizzano le incertezze dei poveri che vengono dai deserti della fame. Sappiamo chi soffia sul fuoco: “Instillare la paura, alimentarla e offrirsi come aiuto per cancellarne le cause" è una strategia che porta molti e molti voti.
W Era ora che si arrivasse alla protesta nazionale. Vorrei entrare nei loro cortei. E spero in manifestazioni dignitose, a testa alta, dolorosamente. Le proteste devono essere severe, con la disperazione comunicata dal silenzio.
E Ho percorso tutto il mondo a suonare e a cantare. In Australia ho conosciuto tanti emigrati che vivono ancora come quando erano in Italia. Stesso modo di vestire, stessa cucina, stesse abitudini velate di nostalgia. Ma i loro pronipoti sono ormai australiani autentici. Accadrà così anche da noi.
R Un insegnante deve conoscere le lingue e rivolgersi ai suoi alunni senza pregiudizi. Nelle scuole dei Paesi più avanzati l'insegnamento è anche individuale, con la normale pluralità linguistica. Noi invece proponiamo lo studio del dialetto! Il famigerato 30 per cento proposto dal Governo è un altro ricatto della Lega, un omaggio al dentista Calderoli.
T L'Italia ha fatto morire anche il gioco del calcio. Allo stadio vanno i violenti per fare "buuu" a comando. La proposta di Maroni è un altro segno della schizofrenia: fermare le partite quando si manifesta il razzismo e respingere razzisticamente i disperati che chiedono asilo!
U La Russa auspica la morte per chi si oppone al crocifisso, a Montecchio M. la sindachessa ha tolto le panchine dove qualche immigrato sostava, ma ha piantato una grande croce nel cortile del municipio. Un gesto deplorato con cristiane argomentazioni dal parroco don Stefano Manni. Nell'asilo Bonazzi di Arzignano e nella scuola materna di Monticello di Fara abbiamo cantato Gesù bambino. Ho la certezza che ad opporsi a crocifissi e presepi sono più gli insegnanti che vogliono una scuola atea che gli stranieri. Ma le nostre più tenere tradizioni vanno tutelate.
I No! Questa è una menzogna. La criminalizzazione degli stranieri e dei clandestini, che sono i più disperati tra i disperati, è una perversa attuazione del programma che intende portare una grande parte dell'Italia alla xenofobia.

giovedì 4 febbraio 2010

LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD


Avvenire 03/02/2010, Pagina A02

LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD
Il segnale «forte» sia alle vittime di regime

ELIO MARAONE

I
l 2010 vedrà il crollo del liberticida regime iraniano, trentun anni dopo il suo av­vento?
Questo non è il sempli­ce auspicio di chi, dentro e fuori l’Iran, invoca il rispetto dei di­ritti umani e, più in generale, u­na promozione della democra­zia. Questa è un’ipotesi molto seria, è anzi un possibile tra­guardo che anche Silvio Berlu­sconi fa intravedere – velata­mente, come vuole la saggia prudenza diplomatica– parlan­do da Israele, dove dice, tra l’al­tro, di sperare che « la comunità internazionale sappia mettere in campo sanzioni forti » nei confronti di « uno Stato che pre­para l’atomica per usarla contro qualcuno... uno Stato che ha u­na guida che ricorda personaggi nefasti del passato » . L’audacia del paragone ( ovvero, ricorde­rebbe un capo nazista quell’Ah­madinejad che, rammentiamo noi, anche recentemente ha messo in dubbio la Shoah e ne­gato il diritto di esistere a Israe­le) e la durezza del tono da par­te del presidente del Consiglio i­taliano si spiegano anche con il contesto, ovvero con le pressio­ni e la fisica compagnia, a Geru­salemme, del premier Benjamin Netanyahu. Il quale non è sem­brato troppo disposto, lo anno­tiamo di passata, ad aderire agli inviti del suo ospite per una im­mediata ripresa del processo di pace con i palestinesi, con il blocco degli insediamenti nei Territori occupati. Su questo punto, come sul sogno di Berlu­sconi di vedere Israele nell’U­nione europea si potrà ancora ragionare alla conclusione della visita, prevista per oggi. Ma in­tanto è importante sottolineare, anche per i suoi riflessi sull’o­rizzonte internazionale ( dai Paesi arabi agli Stati Uniti all’U­nione Europea all’Iran stesso a quella Russia che Berlusconi di­ce « fortemente consapevole del pericolo che arriva da Tehe­ran » ), la netta svolta della politi­ca estera italiana, che abbando­na la tradizionale linea dell’e­quidistanza fra Israele e il resto del Levante, a cominciare da quell’Iran che dalla caduta dello Scià si è fatto sempre più peri­coloso, sino a costituire una mi­naccia per l’esistenza stessa dello Stato ebraico e per la sta­bilità dell’intera regione. Per an­ni l’Iran è stato apprezzato, e tollerato, come un partner eco­nomico prezioso e un possibile arbitro per stabilizzare Afghani­stan e Iraq, al punto di convin­cere anche Barack Obama a in­sistere nella politica della mano tesa nei suoi confronti. Ma quella stagione sembra allonta­narsi definitivamente, il presi­dente degli Stati Uniti schiera missili nel Golfo Persico, prepa­ra pesanti sanzioni economiche e invita gli alleati a fare altret­tanto. Berlusconi segnala e ri­marca il progressivo calo del­l’interscambio con l’Iran, e fa balenare sanzioni forti per al­lontanare il rischio della trasfor­mazione in potenza nucleare di un regime che, tra l’altro, « non ha un grande sostegno popola­re » . Vero. E si deve inoltre ricor­dare che il regime degli ayatol­lah non soltanto sta insistendo nella corsa al nucleare, ma an­che sta diventando sempre più spietato nella repressione del dissenso interno. La forca laggiù lavora a ritmo crescente, dando ragione al leader dell’opposizio­ne Mir Hossein Mussavi che parla di « tirannia » e afferma che « non c’è dittatura peggiore di quella in nome della religione » : nei prossimi giorni saranno im­piccati nove dimostranti arre­stati durante le proteste antigo­vernative, il 28 gennaio sono state eseguite le condanne a morte di due ventenni accusati di essere moharebeh
( nemici di Dio). È tempo – da tempo – di alzare ovunque la voce, e di far seguire alle parole i fatti. molti­plicando gli sforzi per isolare quel cupo regime e dare alle sue attuali vittime almeno la certez­za che non sono sole.






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IPOTESI D’USCITA DALLA PARALISI (Avvenire)

Avvenire 03/02/2010, Pagina A02

IPOTESI D’USCITA DALLA PARALISI ( O ULTIMA SPIAGGIA)
E se la nuova giustizia fosse un frutto d’Europa?

FRANCESCO D’AGOSTINO

C
aro direttore, anche se non è stata assolutamente compatta, la protesta dei magistrati in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario ha espresso in modo inequivocabile una frattura nelle istituzioni del nostro Paese difficilmente ricomponibile e tale, comunque evolva la situazione, da peggiorare la nostra convivenza civile, già per tante altre ragioni fragile e compromessa. Che così stiano effettivamente le cose è stato sottolineato da tutti i commentatori, anche se pochi hanno rilevato che questa frattura viene da lontano e che le sue responsabilità vanno addebitate a entrambe le parti in conflitto, anche se con diverse accentuazioni. È dall’inizio degli anni Settanta del secolo scorso che la magistratura si è nutrita (e continua a nutrirsi) di una visione arbitraria delle proprie funzioni istituzionali, percepite, implicitamente se non esplicitamente, come propriamente politiche e giustificate, con arditi equilibrismi ideologici, con riferimenti alla Costituzione, tanto appassionati quanto incongrui (e questo spiega il fatto che la protesta posta in essere dai magistrati in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario sia stata condita da una vistosa esibizione mediatica della nostra Costituzione). Per capire la mutazione genetica che ha contrassegnato la magistratura italiana negli ultimi decenni bisogna riportare alla memoria l’espressione «uso alternativo del diritto», che cominciò ad essere usata nel 1973 per indicare modalità di interpretazione e di applicazione della legislazione vigente volte ad alterare, per via non parlamentare e violando quindi il primato democratico del Parlamento, gli equilibri sociali del Paese. Questa espressione non è oggi così diffusa come lo era qualche decennio fa, soprattutto nei dibattiti ideologici e dottrinali; essa però sembra che sia stata profondamente assimilata dai magistrati e che sia entrata a far parte, per dir così, della loro psicologia, inducendoli a trasformare il principio costituzionale, secondo il quale essi sono soggetti soltanto alla legge (articolo 101) nell’opposto principio, secondo il quale sarebbe piuttosto la legge a essere soggetta alla loro sovrana e insindacabile interpretazione (si pensi, per fare solo alcuni esempi, a come la Cassazione, nel caso di Eluana Englaro, abbia letteralmente stravolto il principio giuridico-positivo dell’indisponibilità della vita e a come, ancor più recentemente, qualche fin troppo solerte magistrato abbia autorizzato applicazioni della legge 40/2004, sulla procreazione medicalmente assistita, secondo linee in assoluto contrasto col dettato esplicito della legge stessa). Diverse, ma non meno gravi, le responsabilità della classe politica in questi ultimi decenni. Di fronte alla diffusa consapevolezza dell’urgenza di riforme giudiziarie, essa si è mossa in modo goffo e incoerente, producendo, spesso per torbide ragioni occasionali e non di giustizia, una serie interminabile di 'leggine' in materia civilistica, penalistica e processuale, che hanno incrinato la certezza del diritto e colpito a morte la coerenza del sistema giudiziario. Si è perfino arrivati a dilatare, rendendolo inutilmente pesante e farraginoso, l’articolo 111 della Costituzione, nell’illusione di poter così formalizzare definitivamente i principi del 'giusto processo', ma senza riuscire in alcun modo ad arrestare la crescente sfiducia dell’opinione pubblica nella giustizia. Lungi da me l’illusione di aggiungere una mia alle mille vie risolutive che sono state ipotizzate per uscire da una situazione così disperante. Posso limitarmi a ricordare una sola strada, meno battuta di altre, che per me possiede una forte carica suggestiva: quella di sprovincializzare il conflitto ideologico che tormenta da anni l’Italia, verificando la possibilità di costruire un ordinamento giudiziario europeo unificato, almeno per quei Paesi dell’Unione che trovano le radici dei loro sistemi giuridici nella tradizione del diritto romano. Ferma restando la sovranità giudiziaria dei singoli Stati, l’idea di un impegno per costruire un’unica legislazione processuale potrebbe portare una ventata d’aria fresca in un dibattito così astioso e soffocante, da essere divenuto pressoché incomprensibile a chi segua le vicende italiane dall’estero. Sappiamo che non ci sarà un’autentica Unione Europea fino a quando, unificata la valuta, non sarà unificato il sistema giudiziario: cogliamo e anticipiamo questa occasione. Il passo indietro che un ordinamento giudiziario europeo dovrebbe far compiere ai politici e ai magistrati italiani sarebbe molto vistoso, ma è proprio per questo che non possiamo non ritenerlo tutti necessario e urgente.
Con la consueta lucidità e chiarezza il professor D’Agostino ha sintetizzato le ragioni di una contrapposizione e di una crisi che imprigionano la giustizia italiana da tempo e che negli ultimi 16 anni si sono fatte più drammatiche.
Le cronache di queste ore, a proposito del «legittimo impedimento» e, in modo ancor più emblematico, dell’idea (già naufragata) di ridisciplinare l’uso processuale dei cosiddetti pentiti di mafia non fanno che confermare sterilità e tossicità del dibattito su questioni di enorme rilevanza. Alla 'via europea' per la riforma delle nostre procedure di giustizia che D’Agostino ipotizza da par suo, si potrà forse obiettare di essere indicata con un po’ troppo anticipo ripetto ai tempi d’integrazione reale di una Ue che procede a un claudicante
ralenti, non certo la capacità di sottolineare un problema giuridico, istituzionale e di rapporto Stato-cittadini indicandone la suggestiva soluzione. E se questa legislatura nazionale non saprà essere, come auspicato dal presidente della Repubblica, quella della svolta efficacemente riformatrice e riequilibratice in tema di giustizia e di rapporti tra politica e magistratura, la 'via europea' potrebbe diventare ben più di una suggestione: il percorso obbligato verso una mortificante ultima spiaggia. (mt)








domenica 31 gennaio 2010

Lettere al "Giornale di Vicenza"

Da: abbonamenticlic@ilgiornaledivicenza.it
Data: 01/31/10 18:25:05
A: --omissis--
Oggetto: Un articolo da Il Giornale di Vicenza

Questo articolo ti è stato inviato da -omissis- attraverso il sito de Il Giornale di Vicenza


IL GIORNALE DI VICENZA


Sabato 30 Gennaio 2010 Altra Pagina 59






Sto leggendo con grande preoccupazione gli articoli di questi giorni sul nuovo centro sociale che l'amministrazione Variati ha deciso di dare in concessione ai no global e ad associazioni non bene identificate, ma che il vostro giornale identificava come “disobbedienti".
Ho sempre votato a sinistra nel corso della mia vita: PCI, DS e ora PD. E quindi ho votato e apprezzato Variati per il grande lavoro che sta facendo per la nostra città. Sono ormai 10 anni che da Napoli mi sono trasferito a Vicenza, abitando da sempre in via Sant'Agostino. Ho trovato un quartiere tranquillo, nel quale è sempre stato possibile vicere con serenità.
Ma non dimentico quello che voleva dire nella mia vecchia città vivere vicino ad un centro sociale. ho abitato per 3 anni vicino all'Officina 99, uno dei centri sociali peggiori di Napoli. Non dimentico le lotte del quartiere, i tentativi di sgombero della polizia, le strade infestate di personaggi poco raccomandabili che si bucavano in strada a cielo aperto, fumavano e facevano chiasso fino a tarda notte.
Non posso pensare che a Vicenza si crei la stessa situazione. Insieme agli altri abitanti del quartiere stiamo organizzando una raccol ta firme da presentare in Comune, perché non possiamo pensare che il nostro quartiere diventi preda di balordi e centri sociali.
Michele Rullo
Adesso basta! Variati dopo aver aiutato i suoi amici del No Dal Molin adesso fa anche il centro sociale, sempre per la stessa gente! Ho letto la storia che è stato assegnato con un bando su cui perfino i consiglieri della sinistra non sanno cosa dire.
Ma come si fa? Come si fa a dare ai no global (che, ricordiamolo sempre, sono quelli che ci hanno rovinato la faccia davanti al mondo al G8 e che provocano sempre scontri) uno spazio pubblico in mezzo ad un quartiere! ? Non si può andare avanti così, siamo stufi di questa gente.
Sappiate comunque che non accetteremo una cosa del genere, la città dopo anni di tensione e di manifestazioni per la base americana non può accettare di costruire un centro sociale dove accogliere un sacco di gente che non ha niente da fare dalla mattina alla sera se non fare casino.
Abbiamo proprio bisogno di continue manifestazioni, agitazioni di piazza, chissà come saranno felici i residenti. Grazie a Dio abito abbastanza lontano da lì, ma questo è un problema di sicurezza che investe tutta la città. Cosa ne pensa l'assessore Dalla Pozza che finora ho apprezzato per la linea di ordine e rigore che ha portato nella materia con le ordinanze contro la prostituzione e quelle nel mio quartiere di viale Milano?
Penso sia l'ora di darsi tutta una svegliata se non vogliamo che Vicenza diventi un covo di no global.
Giovanna Dal Dosso
Ho letto sul suo giornale che in via Rossi, ai Ferrovieri, aprirà un nuovo centro sociale. Vorrei porre l'attenzione, da residente in zona, sull'impatto che avrebbe sulla vita di ogni giorno dei cittadini dei Ferrovieri.
L'ex-bocciodromo si trova alla fine di una strada chiusa, a pochi passi da molte abitazioni.
Mi chiedo quindi se il Sindaco, assegnando il bando a quelle associazioni, abbia pensato all'impatto che questa apertura avrebbe prima di tutto sulla tranquillità della zona, per non parlare poi della conseguente svalutazione immobiliare.
Inoltre, essendo uno dei tanti “nonni" che aiutano i propri figli a crescere i nipoti, in campagna elettorale ero stato convinto a votare l'attuale sindaco proprio per la sua promessa di aprire un centro giovanile in cui i tanti futuri cittadini potessero esprimere la propria vitalità in modo corretto e educativo.
Mi chiedo ora se per “centro giovanile" il Sindaco che ho votato intendesse “centro sociale". Se l'avesse detto chiaramente io sicuramente non gli avrei ! assegnato! la mia fiducia. Spero ancora che il Sindaco cambi idea e mantenga le promesse.
Gabriele Santolin

giovedì 21 gennaio 2010

Lasciamo che i figli apprendano da padri e madri e nonni

Da "Avvenire" 21/01/2010

LA POLEMICA SUL RECUPERO DELLA TRADIZIONE ORALE E DIALETTALE IN VENETO

Lasciamo che i figli apprendano da padri e madri e nonni

FERDINANDO CAMON

S
i prova simpatia per la nonna che, ricevendo la visita del nipotino, nella casa di riposo di Noventa Padovana, gli canticchia filastrocche in dialetto veneto. Così facendo gli trasmette il proprio mondo: è, non sembri un concetto smisurato rispetto al fatterello, un modo per non morire. Noi tutti sentiamo che non moriamo interamente se depositiamo le nostre memorie, la nostra vita, nel cervello di chi sopravvivrà. È per questo che si scrivono i libri.
Se è possibile un altro salto ancora: è da qui che i Greci ricavarono il mito di Edipo. Il padre di Edipo aveva ricevuto ordine dal dio di non generare figli, ma lui sentiva che morire senza figli vuol dire morire completamente. Quindi generò Edipo. Il dio s’infuriò e punì lui (facendolo uccidere dal figlio), la madre (facendola sposare dal figlio), i figli del figlio. Ma torniamo a noi. Se quella nonna non consegna le filastrocche dialettali al nipotino, la piccola sapienza di quelle cantilene va perduta per sempre. A scuola, la maestra ha avuto l’idea di assegnare come compito agli scolari quello di trascrivere una poesiola dall’italiano in dialetto e un’altra dal dialetto in italiano. Ne è nato un pandemonio: questo è leghismo, è anti-italianità, e poiché nella scuola ci sono anche bambini stranieri, è anti-ospitalità. Ma ragioniamo.
La nonna che insegna filastrocche al nipotino è uno dei pochissimi casi in cui una cultura vien trasmessa per via verticale, da una generazione precedente a una successiva.
Non succede quasi più. I figli non apprendono dai padri, per via verticale, ma dagli amici, per via orizzontale. Questo ha
una conseguenza di portata immensa: muore la tradizione. Tradizione vuol dire trasmissione del sapere, in modo che il sapere dei figli erediti il sapere dei padri. Nel Veneto, la generazione dei padri, e ancor più quella dei padri dei padri, era molto religiosa: era nota, apprezzata o derisa, per questo. Adesso nella generazione dei figli ci sono troppi irreligiosi. Quando mi chiedono qual è la più grande trasformazione del Veneto o delle Venezie (che ora si chiamano Nord-Est), in questo mezzo secolo, indico questa. Non il paesaggio, non la ricchezza, non l’immigrazione. Troppi figli non sono figli dei padri. Hanno altre origini e vivono altre vite.
La vita dei padri non la conoscono: né la vita intesa come biografia né la vita intesa come storia: il passato rischia di perdersi. È un peccato, perché c’è tanta grandezza in quel passato: l’intera nazione vede l’uomo veneto come oligofrenico, dialettofono, casalingo, docile, bestia da soma. L’uomo veneto non è mai stato così. È stato un uomo abitato da valori immensi, Dio, il diavolo, il dovere, il lavoro, il risparmio, il culto dei morti, il rispetto dell’autorità in famiglia e nella società. Tutto questo è depositato nella tradizione orale, e recuperarne qualche squarcio è salvifico per l’ultima generazione, quella dei bambini: lasciamo che la imparino, ne riceveranno un bene. Manteniamo il ponte fra quel nipotino e quella nonna. Ci sono tanti cinesini in classe? E perché non guidare anche loro a recuperare qualcosa, quel che possono, della vita dei loro nonni? Un bambino italiano racconta la sua nonna, un bambino cinese fa altrettanto con la propria, e così s’incontrano.
Reprimendo questi recuperi delle origini, in classe nessuno incontra nessuno. Perché in quella classe non c’è nessuno. È vuota.