lunedì 2 agosto 2010

Il Cavaliere perso nel Polo Sud

IL GIORNALE DI VICENZA


Domenica 01 Agosto 2010 PRIMAPAGINA Pagina 1


L'EDITORIALE





Al di là delle parole rassicuranti di Silvio Berlusconi, l’uscita dal Pdl di Gianfranco Fini e di altri 33 deputati segna il punto di non ritorno nella parabola politica del Cavaliere. Non siamo di fronte al "tradimento" di un Bossi Anni ’90 lusingato da quel vecchio marpione di Scalfaro, nè siamo al cospetto di defezioni secondarie come quella del guastatore Follini o dell’ambizioso Casini: qui siamo al bivio del percorso di un movimento - il Pdl - basato sul leaderismo carismatico di un uomo capace di tutto, ma non di costruire un partito.
Così ora per i suoi avversari il totem da abbattere è lui, non il Pdl: quello, si sbriciolerà da solo di conseguenza. L’importante è impedire che Berlusconi porti a casa quelle due-tre grandi rivoluzioni del sistema-Paese che se attuate rischierebbero di cambiare definitivamente le carte in tavola. Ecco perch&! #233; non è un caso se la spallata a Berlusconi arriva proprio adesso che quelle rivoluzioni si profilano all’orizzonte.
Fa impressione ascoltare il premier mentre annuncia che per il governo non cambia nulla, anzi potrà accelerare il cammino delle riforme della giustizia, del fisco e del federalismo: sono esattamente le tre riforme che non possono, non devono passare secondo il disegno - piaccia o no - della maggioranza dei parlamentari. Riformare la giustizia significherebbe eliminare un’arma che può sempre tornare utile a questo o quel partito. Riformare il sistema fiscale significherebbe stravolgere equilibri e trucchi che hanno consentito a molti di prosperare sulle spalle di una minoranza.
Ma più di tutte, è la riforma del federalismo che terrorizza la larga maggioranza dei politici. Che è, non va dimenticato, meridionale. Su 43 finiani che hanno lasciato il Pdl, solo 9 sono nati al Nord: davvero c’è qualcuno che! la ritiene una coincidenza? L’obbiettivo numero uno ! 2; sbarrare la strada al federalismo e non per un’ostilità pregiudiziale alla Lega, ma perché una simile riforma sarebbe inapplicabile al Sud: farebbe saltare in aria metodi, equilibri e sistemi consolidati.
Quando i finiani annunciano di voler mantenere la parola data agli elettori e sostenere quindi il governo votando a favore di tutte le iniziative "presenti nel programma elettorale" dicono una mezza verità: perché non parlano del programma elettorale del Pdl, ma di quello loro personale. Ve lo immaginate un Fabio Granata arringare gli elettori siciliani sulla necessità di realizzare il federalismo? Non l’ha mai fatto, nè mai lo farà.
Morale: nonostante l’apparente confusione, le strategie sono ben definite. Berlusconi è di fatto assediato, ha la maggioranza solo per svolgere l’ordinaria amministrazione e quando sarà cotto a puntino il governo andrà sotto (sulle intercettazioni, sui decreti attua! tivi del federalismo, su una qualsiasi iniziativa di peso) spingendo il Cavaliere a dimettersi e a chiedere elezioni che Napolitano non concederà prima di un passaggio in Parlamento. Lì si formerà una maggioranza trasversale, un governo "istituzionale" con due soli compiti: da un lato fare una legge elettorale che impedisca a Berlusconi di riavere una maggioranza anche in caso di un’ipotetica nuova vittoria, dall’altro lato convincere Bossi che la parabola del Cavaliere è finita e staccarlo da lui così come si stacca una spina da una presa di corrente.
A quel punto è probabile che il Senatùr accetti, anche perché l’alleanza è di ferro con Berlusconi ma sul territorio i rapporti con i pidiellini sono da tempo ai minimi termini: anzi, al Nord sono ormai di palese concorrenza.
L’unica incognita, a quel punto, sarà vedere che fine farà la massa di elettori che hanno creduto e credono nei progetti ! e nei metodi berlusconiani. Ma con un Paese diviso in tre (Lega al Nord! , sinistra al Centro, finiani al Sud) e una nuova legge elettorale, la maggioranza relativa non conterà più. Come un ventennio fa.

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