domenica 13 dicembre 2009

CATENA DI SUICIDI NEL NORD EST (Avvenire)

CATENA DI SUICIDI NEL NORD EST
Il lavoro, la crisi, la vita Tragedie quotidiane oscurate

GABRIELLA SARTORI

C
risi, forse il peggio è passato. E forse no.
Sta di fatto che le sue vittime la crisi continua tragicamente a mieterle. Si è molto parlato dell’epidemia di suicidi fra manager e dirigenti di France Telecom; quasi nessuno, invece, ha fatto cenno di quelli che continuano a segnare il Nord Est italiano, specie il Veneto. Là dove il lavoro, da sempre, è una ragione di vita. Numeri da far paura, percentuali ben al di sopra della media nazionale. In poco più di un anno, sono già più di dieci i piccoli imprenditori morti per suicidio: l’ultimo, Danilo Gasparin, 61 anni, di Istrana, nel Trevigiano, si è tolto la vita l’altra notte, col gas di scarico della propria auto. La sua passione, da sempre, era la scultura in ferro battuto: molti cancelli e porte del suo paese, oggi sconvolto dalla tragedia, li aveva “firmati” lui. Poi l’inizio della crisi, meno soldi in circolazione, il diniego di fidi e prestiti da parte di alcune banche (quelle non più locali, le quali erano ancora capaci di valutare l’uomo che avevano di fronte, non solo i conti, specie se non tornano). Lui non aveva mollato: si era riciclato prima come come gommista e riparatore di marmitte, poi era disperatamente tornato al primo amore. Affittati ad un locale pubblico parte dei suoi spazi di lavoro pur di tirare avanti, si era ridotto in pochi metri quadrati dove scolpiva i suoi crocifissi in ferro che rivendeva al mercato. Ma ancora non riusciva a farcela. Nel biglietto lasciato a moglie e figli ha scritto: vi chiedo scusa, gli affari vanno a rotoli, non posso più andar avanti così.
Una storia del tutto analoga a tante altre che colpiscono soprattutto la zona fra Treviso ,Vicenza e Padova: il 12 ottobre 2008, “cade” un geometra imprenditore di Montegrotto Terme che si spara dopo aver tentato tutto il possibile per far uscire dalla crisi l’azienda. A fine maggio 2009, Stefano, di Fontanelle ( Treviso), si impicca: non sopporta l’idea di licenziare gli operai che sono anche i suoi amici. Subito dopo è la volta di un altro trevigiano, laureato, di Vittorio Veneto: si getta sotto il treno dopo aver passato il pomeriggio in disperate telefonate di aiuto per salvare l’azienda e i “suoi” dipendenti. A luglio è un imprenditore padovano che si uccide, a settembre si contano tre suicidi a Vicenza e un altro a Padova: ma il tragico elenco non è completo. Fra i moltissimi commenti a queste notizie che i giornali locali ospitano, colpiscono le parole ricorrenti di tanti colleghi di professione e di sventura: sono sommerso dai debiti, nessuno mi dà una mano, non ho più il coraggio di guardare in faccia mia moglie e i miei figli, non posso lasciare tante famiglie sul lastrico, sto per “mollare” anch’io. È una una tragica epidemia che colpisce più duro là dove, tradizionalmente, è più forte una radicata “etica del lavoro”: che è un valore, una ricchezza umana e sociale, del tutto ignota ai furbi di ogni specie, in primis a quelli della “finanza”. Sono questi morti dei “caduti sul lavoro”? C’è chi, non senza ragione, lo pensa.
Eppure nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa: non la politica, non le istituzioni. E non parliamo dei mass media: un fiume di parole e di immagini per prostitute/i di ogni genere, per mafiosi, assassini, delinquenti, meglio se efferati. Per gli altri, le vittime della crisi di cui nessuno parla, niente di niente.
Una notizia in cronaca locale e ciao. Basta così? C’è da dubitarne.






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sabato 5 dicembre 2009

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN (Avvenire)

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN/1
La scienza immolata sull’altare della politica

RICCARDO CASCIOLI

G
uardando ad alcuni fatti che stanno accadendo mentre si avvicina il vertice di Copenaghen sul clima, si fa fatica a sfuggire alla sensazione che la «politica del clima» non abbia niente a che fare con la «scienza del clima». Esemplare da questo punto di vista è ciò che è avvenuto attorno al «Climagate», ovvero alla pubblicazione di migliaia di e-mail rubate alla banca dati del Climate Research Unit (Cru) dell’Università di East Anglia (Regno Unito). In queste mail decine di scienziati tra i più influenti si scambiano una serie di suggerimenti per «pilotare» dati sulle temperature e pubblicazioni di studi in modo da ottenere i risultati voluti (in senso allarmista). Essendo il Cru il principale partner dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) – l’organismo dell’Onu che con i suoi rapporti ha posto le basi per gli allarmi sulle catastrofi prossime venture e conseguenti politiche contro i cambiamenti climatici – ce ne sarebbe abbastanza per fermarsi almeno un momento e vederci chiaro, ponendosi qualche domanda: è vero che questi scienziati ci hanno preso in giro? E se sì, qual è il punto vero della conoscenza scientifica sul clima? E la conoscenza attuale giustifica le drastiche scelte economiche e politiche che abbiamo già preso e quelle ancora più costose che stiamo cercando di prendere? E invece, mentre dal Cru arrivano le prime dimissioni, la «politica del clima» va avanti come se nulla fosse accaduto. E nessuna domanda o riflessione, neanche a proposito del rapporto riservato sui cambiamenti climatici preparato per la Cia nel 1974, venuto alla luce appena tre giorni fa.
Un rapporto molto interessante perché vi si leggono tutte le previsioni catastrofiche che oggi ci sono ormai familiari, ma il fenomeno osservato dagli scienziati era il raffreddamento globale, il ritorno alle condizioni della «piccola era glaciale» (1600­1850). Su tale previsione anche allora, ci dice il Rapporto, c’era il «consenso» degli scienziati e curiosamente il principale sostegno alla tesi del raffreddamento globale veniva dallo stesso Cru, oggi al centro del «Climagate», che aveva ricostruito la climatologia della Terra per un periodo di 50 milioni di anni. Se la «politica del clima» avesse a che fare con la «scienza del clima», sarebbe doveroso chiedersi come mai gli scienziati del Cru abbiano cambiato in pochi anni la loro opinione in modo così clamoroso. Perché nell’ipotesi in cui i miliardi di dollari che è costato il Protocollo di Kyoto e quelli che costerà il dopo-Copenaghen fossero spesi sulla base di una scienza truccata, qui sì che ci sarebbe da allarmarsi. Come minimo, bisognerebbe istituire una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente. E invece silenzio. A Copenaghen come se niente fosse successo. Al contrario, si moltiplicano gli allarmi sui cambiamenti climatici, anche i più improbabili.
Anche da parte dei leader dei Paesi in via di sviluppo, che fanno a gara a chi è più vittima del riscaldamento globale, così da assicurarsi una congrua fetta dei miliardi che i Paesi ricchi dovranno pagare per le loro emissioni. Ma anche qui a detrimento della scienza e dell’ambiente.
Perché questa specie di 'isteria collettiva' sui cambiamenti climatici impedisce di affrontare seriamente i veri problemi ambientali di questi Paesi, tutti riconducibili alla situazione di sottosviluppo, una condizione che rende vulnerabili ai capricci del clima, così come alle malattie, alle crisi economiche globali e così via. Ma lo sviluppo, con le sue emissioni di CO2, è il nemico numero uno dei «politici del clima» e si farà di tutto per evitare che accada. La tendenza oggi dominante è di porre limiti alla presenza umana, sia quantitativa (controllo delle nascite), sia qualitativa (limiti allo sviluppo). Le agenzie dell’Onu fanno a gara per rilanciare questo messaggio. E quello che dovrebbe allarmare è che a Copenaghen dominerà questa ideologia, che usa la scienza anziché ascoltarla, e che in nome dell’ambiente sacrifica l’uomo.

IL CLIMA E NOI.VERSO COPENAGHEN/2
La questione energetica è il nostro futuro

GUIDO CAROSELLI

L
a divulgazione ha bisogno di immagini e di esempi. Il rischio che si corre è quello di forzare i concetti, di portarli non esattamente al centro di un ragionamento scientifico ma, a volte, border line :
mai al di fuori, ma vicino al confine dei fatti provati.
Per la questione ambientale, è stato fatto più volte, bisogna ammetterlo. Il punto nodale è: non si tratta di una questione puramente scientifica e accademica, quanto invece di un problema che coinvolge tutta la Terra e i suoi abitanti; dunque la questione è politica, perché si tratta di decidere per il bene comune, o quantomeno per il minore dei mali possibili. E non vi è da convincere la comunità scientifica ( nella grande maggioranza già convinta dell’effetto serra), ma la gente comune e dunque anche la classe politica e l’industria. Facciamo allora, anche qui e ancora una volta, degli esempi per capirci meglio.
Affrontare i problemi climatici riconoscendo la responsabilità umana è come intendere di riparare il tetto di casa. Perché la questione è ecologica. I fatti dimostrano che l’incuria nella sistemazione del territorio, dei corsi fluviali, dei boschi, dei pendii, dei litorali si paga a caro prezzo ogniqualvolta che, per accertate cause naturali, si verificano eventi atmosferici o moti ondosi di grande intensità.
L’interruttore, che non dipende da noi, mette in moto una serie di forze che devastano i nostri beni, per nostra imprevidenza. È come smettere di fumare: la questione è vitale, perché il bene più prezioso, ancor più delle cose e delle opere, è quello della vita e della salute. Continuare a spendere energia nelle forme e nelle quantità attuali ( o addirittura crescenti per i Paesi in via di sviluppo) equivale a sostenere che il fumo non fa male, o che non è detto che nuoccia. Meglio fidarsi, invece, delle prevalenti ricerche mediche e dei conseguenti comportamenti preventivi.
Le politiche energetiche del passato- presente, che sono all’origine del riscaldamento globale, sono strettamente connesse alla emissione di sostanze inquinanti. Evitare i danni della polluzione atmosferica ci aiuta a contenere anche l’effetto serra. E viceversa.
Un po’ come mettere i soldi da parte, o investirli in beni produttivi per le generazioni future, e probabilmente anche per noi stessi.
È intervenuto giorni fa il premio Nobel Carlo Rubbia a spiegarci che il nucleare non può esimerci dai rischi connessi e non può costituire un buon investimento in tempi brevi per la produzione di energia. Il celebre fisico ha invece sottolineato, ancora una volta, la bontà della scelta solare. Si può aggiungere che anche l’energia eolica è conseguente a quella solare, essendo il vento il frutto della differenza di pressione ( e quindi della radiazione solare) da punto a punto della Terra. L’economia si trova tuttora in uno stato di crisi grazie a perduranti speculazioni finanziarie, al ricorso a disinvolte manovre vuote come scatole, senza garanzie di materie prime, senza buone spalle e capacità imprenditoriali. L’economia del petrolio e del carbone, al di là di questi mali sciagurati, ha finito comunque per portarci più effetti collaterali che benefici. È vero che, al momento, niente dà più energia di un litro di benzina. Ma le fonti rinnovabili sono praticamente inesauribili, sono destinate, se sostenute da investimenti iniziali, a costare sempre meno e sono suscettibili, agli occhi di persone capaci e lungimiranti, di dare ossigeno all’occupazione e all’economia del mondo. Perché la questione, oltre che economica, oggi è davvero globale.


giovedì 27 agosto 2009

TESSERA DEL TIFOSO, SÌ O NO MA IL CALCIO VUOLE BATTERE LA VIOLENZA? (Avvenire)


TESSERA DEL TIFOSO, SÌ O NO
MA IL CALCIO VUOLE BATTERE LA VIOLENZA?

A LBERTO C APROTTI

C
he la tessera del tifoso, ambiziosa iniziativa del Viminale per preve­nire la violenza negli stadi, non piaces­se agli ultras che abitano i nostri stadi, era scontato. Come pure che fosse mal digerita dai club di calcio, obbligati a farsene carico. E finalmente a fare dav­vero qualcosa contro il teppismo, do­po aver approfittato da sempre della di­fesa offerta ogni domenica dalle forze dell’ordine, pagata dai contribuenti. A sorpresa però ora ci si è messo pure Marcello Lippi. Che se dice che la Ju­ventus è la favorita per lo scudetto sca­tena perfide reazioni e ridicoli dibatti­ti, mentre provoca appena un’alzata di sopracciglio se, come è accaduto ieri, con l’autorità di commissario tecnico della Nazionale afferma che la tessera del tifoso «ghettizza e non mi piace».
Così, purtroppo, saranno forti anche di questo illuminato parere, le centinaia di ultras che si sono dati appuntamento a Roma per il 5 settembre: proteste­ranno, poverini, per difendere il loro di­ritto a fare i tifosi estremi e “non ghet­tizzati”.
Insomma, al ministro Maroni il calcio continua a regalare tristezze. Ma è an­che vero che al pallone (per tradizione impunito e impunibile) il Viminale a­vrebbe potuto probabilmente imporre subito un rigore ben diverso. Della tes­sera del tifoso infatti si parla come atto ufficiale dal 28 maggio del 2008. Obbli­gatoria, necessaria, da introdurre do­po che siano trascorsi i tempi tecnici per approntarla... Ne abbiamo sentite tante. E intanto i mesi sono passati, i club di calcio hanno fatto finta di di­menticarsene e quello che poteva es­sere un buon tentativo per difendere l’ordine pubblico, è diventato una bar­zelletta.
Riassumendo: la “tessera” sarebbe uno strumento di fidelizzazione, conter­rebbe le generalità del tifoso, verrebbe concessa solo previo controllo dei pre­cedenti penali dell’interessato, e so­prattutto verrebbe negata a chi sia sta­to condannato, anche in via non defi­nitiva, per reati commessi in occasione o a causa di manifestazione sportive negli ultimi cinque anni. Dire che si trat­ta di una «grave limitazione della libertà personale», pare francamente ridicolo. Piuttosto il condizionale è inevitabile, visto che solo l’Inter (e in parte il Milan) si sono adeguate sinora alle disposi­zioni del Viminale. Che però – a fronte delle oziose risposte da parte del mon­do del calcio – ha scelto la politica del rinvio, confortando chi in questa ope­razione altro non vede che una forma di «schedatura» del tifoso. Sufficiente per far venire l’orticaria ai puristi della privacy. Francamente ipocrita, visto che chi non ha mai usato catene e coltelli, può sopportare il fastidio di una tesse­ra in più nel portafoglio. E che, soprat­tutto, andare allo stadio in trasferta non è obbligatorio, mentre senza un telefo­no cellulare, o una carta di credito non puoi vivere. E con quelli in tasca sei “schedato”, da sempre. Con tanti salu­ti
alla privacy. Il ministro Maroni, a Ferragosto, ha an­nunciato di aver firmato una circolare che prevede che tutte le società di cal­cio «dovranno garantire la tessera a chi la chiederà entro il 31 dicembre», e che «dal 1° gennaio 2010, le società potran­no vendere i tagliandi riservati ai setto­ri ospiti esclusivamente ai possessori della tessera del tifoso». Date e scaden­ze che si spera abbiano un significato definitivo. Perché che si tratti di uno strumento valido per arginare i delin­quenti che con la scusa della partita vanno in trasferta solo per picchiare e terrorizzare la gente perbene, è tutto da dimostrare. Ma che la violenza nel cal­cio resista (6 arresti, 54 denunce e 60 proposte di Daspo solo nella prima di campionato, con in più l’inquietante ricomparsa improvvisa degli hooligans, a Londra), e che il pallone continui a farsi beffe delle disposizioni ministe­riali, sono realtà che non ci stanchere­mo di denunciare.

martedì 11 agosto 2009

Il Comune rimprovera gli Stati degli stranieri (il Giornale di Vicenza)

1.

Crisi, il sindaco alle ambasciate: «Intervenite voi»

(vedi)


2. ------------------------------------------

EMIGRANTI. La Giunta scrive alle ambasciate di Bangladesh, Serbia, Ghana, Albania e India

Il Comune rimprovera
gli Stati degli stranieri

Antonella Fadda

«Secondo le convenzioni i Paesi di origine devono prendersi cura dei loro cittadini in difficoltà»

  • Martedì 11 Agosto 2009
  • PROVINCIA,
  • pagina 29

In costante aumento gli stranieri a Montecchio Maggiore
«Non hanno lavoro: in base agli accordi internazionali dovete prendervene cura voi». Questo il senso della lettera inviata ieri mattina dall’amministrazione di Montecchio alle ambasciate di Bangadesh, Serbia, Ghana, Albania e India. Un’iniziativa destinata a far scalpore con la quale il Comune castellano, ma lo stanno facendo altri comuni leghisti, richiama questi Paesi al dovere di fornire assistenza ai propri connazionali in Italia, secondo quanto stabilito dalla Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, in base alla quale i Paesi aderenti si impegnano “a prestare soccorso e assistenza ai cittadini, siano questi persone fisiche oppure giuridiche, dello Stato d’invio”.
«La nostra non è la solita richiesta generica – afferma l’assessore ai servizi sociali, Livio Merlo – ma un vero e proprio appello alle responsabilità da parte di questi Stati nei confronti dei loro cittadini». Un invito preciso alle ambasciate affinché si attivino a prestare aiuto ai loro connazionali rimasti senza lavoro in seguito alla crisi economica.
«I fondi destinati alle famiglie in difficoltà sono limitati - prosegue Merlo - e le previsioni economiche per l’autunno sono pessimistiche. Ci aspettiamo numerose richieste di aiuto e preferiamo, in questo caso, dare la precedenza agli italiani che hanno contribuito alla crescita della città». Nessun razzismo, precisa l’assessore: «È giusto che ogni Stato si prenda carico delle difficoltà dei propri cittadini e non le attribuisca a noi».
«La perdurante crisi economica ed occupazionale che ha colpito molti Paesi, tra i quali l’Italia e naturalmente anche la città di Montecchio, ha provocato la perdita di molti posti di lavoro e un forte della disoccupazione - scrivono anora il sindaco Milena Cecchetto e l’assessore Merlo agli ambasciatori -. In qualità di amministratori locali siamo preoccupati per il costante aumento del numero di persone e di famiglie, tra i quali figurano molti cittadini provenienti dal suo Paese, che si rivolgono ai nostri servizi sociali per chiedere un sostegno economico in quanto rimasti senza sostentamento».
Cecchetto e Merlo ribadiscono che le risorse a disposizione dell’amministrazione sono limitate rispetto al costante aumento delle richieste. «Chiediamo l’attivazione da parte del consolato competente di avviare i meccanismi di soccorso ed assistenza economica previsti dalla Convenzione - concludono -, nonché l’organizzazione di un piano di rientro per le persone che, per la perdita del posto di lavoro, risultano prive mezzi».

Un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo (Avvenire)

I L RADIOSO MONDO NUOVO DEL PROF .V ERONESI
Un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo

M ARINA C ORRADI

« L
e donne non si fermano: la vittoria dell’approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo » . L’incipit dell’articolo del professor Umberto Veronesi su
Repubblica

è uno squillo di tromba; come l’annuncio di prossime certe e trionfali vittorie da parte di un condottiero, o un generale. Alla definizione della pillola abortiva come ulteriore tappa della liberazione femminile non erano arrivati, almeno apertamente, i più accesi fautori dell’aborto da bere. A dirla tutta, a uscir fuori al naturale, ci ha pensato il maestro di pensiero della medicina politicamente corretta.
La pillola dell’aborto, « metodologia meno traumatica » , come un’altra pietra d’inciampo sgomberata da un vittorioso storico cammino femminile. In cui bisognerà, dice il professore, « ridisegnare gli spazi » fra procreazione e impegno pubblico delle donne: senza dimenticare una « superiorità » femminile, quella per cui una donna può fare un figlio senza un uomo, solo con una provetta di seme. Quella per cui una donna potrà un giorno clonare se stessa, e un uomo no.
È lo scenario di una egemonia femminile superomistica, quella tratteggiata da Veronesi. E in questo radioso avvenire la pillola abortiva è un passo avanti. Verso il futuro Dominio delle Donne. O delle Superdonne. Fantastico. Peccato che questo disegno sia un evidente esempio di delirio di onnipotenza maschile. Pensateci: il famoso oncologo, nell’immaginare la rivoluzione femminile, altro non fa che disegnare il mondo come sarebbe, quando lo comandassero delle donne con un cervello assolutamente maschile.
Donne educate da una cultura di potere, per le quali il sogno è liberarsi agevolmente di ' ostacoli' quali un figlio per essere più pronte a inseguire carriera o successo. Ora, è vero che di donne così ce ne sono sempre di più; aggressive, abili, perfettamente omologate al modello socialmente vincente. Ma che questa sia davvero rivoluzione femminile, è ciò che potrebbe dire un osservatore molto superficiale. Uno che, delle donne, non conosca la radicale, spesso tacita alterità. Scritta nei geni, nel corpo, perfino in quel ritmo che ogni mese scandisce il tempo dell’età feconda, come una domanda: vuoi che un altro viva? Come una profonda vocazione all’altro, che non si contenta degli idoli o balocchi del potere maschile. L’immaginazione di Veronesi di un mondo di Amazzoni autosufficienti è pura deriva di onnipotenza maschile. E solo un uomo può pensare mondi simili: clonando, con antica arroganza, la sua misura del vivere e sovrapponendola alle donne. Ma le autistiche Amazzoni che fanno figli da sole, sono fortunatamente un orizzonte futuribile e lontano.
Drammaticamente attuale invece è la questione della pillola abortiva. E il messaggio dell’oncologo delle donne, del medico ' democratico', è: è un passo avanti nella vostra liberazione. Un veleno che annienta un figlio, è un pezzo di liberazione conquistata. Pare di risentire gli echi della battaglia, quando alle ragazze degli anni Settanta l’aborto legalizzato venne raccontato come una conquista e quasi una promozione sociale. Rieccoci: dai giornali giusti i maestri giusti conducono i loro corretti sermoni. Mia figlia ha dodici anni: è della generazione che crescerà nella nuova vulgata.
Con una pillola che educa a pensare che quel problema è, in fondo, un problema da poco. Solo una pillola: fra qualche anno sarà possibile non mancare neanche un giorno al lavoro. Così vi vogliono, bambine: produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini. È questa, la rivoluzione millantata.
Dimenticarsi di sé, di una propria natura, di un’accoglienza all’altro come scritta addosso: nella generosità del grembo, nello sguardo.
Dimenticarsi di sé nel radioso, livido Mondo Nuovo del professor Veronesi.





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giovedì 16 luglio 2009

sabato 20 giugno 2009

Referendum

La Costituzione della Repubblica Italiana

Art. 75.
È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di
autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei
deputati.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum.


Sezione II Revisione della Costituzione. Leggi costituzionali.
Art. 138.
Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali ..(omissis).. sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.