lunedì 17 ottobre 2011

L’impunibilità dei furbi

 L’impunibilità dei furbi

Pane al pane

LORENZO MONDO

C’ è una donna a ore, chiamiamola Rosaria, che ogni mattina prende il bus per recarsi a sbrigare i lavori di casa presso una famiglia torinese. Bisogna sentirla con quale veemenza, con quali pittoreschi improperi se la prende con i passeggeri che non pagano il biglietto, insensibili al memento della macchinetta obliteratrice (e obliterata). Rappresentano un campionario di genti arrivate da ogni dove - volti bruni o di color ocra, donne velate ma non mancano tra loro i rampolli ben vestiti e attrezzati di buone famiglie nostrane. Rosaria ha talvolta l’impressione di essere la sola a pagare il pedaggio o di appartenere a una esigua minoranza di sprovveduti, si dà della pavida e della stupida, sentendosi vittima di una iniqua sopraffazione.

Bene, da oggi nutre qualche speranza (e noi con lei) che le cose possano cambiare. Perché il Comune di Torino ha deciso di introdurre sui mezzi pubblici il bigliettaio dismesso tanti anni fa. Ed ha scelto, in via sperimentale, un tram che taglia la città da Nord a Sud centrando il quartiere topico di Porta Palazzo. In un solo giorno i controllori hanno individuato 600 persone salite senza biglietto e hanno recuperato 900 euro, nonostante il fuggi fuggi dei più lesti. Il provvedimento, promettono, sarà esteso tra sei mesi a tutte le linee della città.

Non occorreva la giustificazione delle esauste finanze comunali per adottare una simile risoluzione. Esiste innanzitutto un problema di equità, che impone un trattamento paritario per gli utenti di un mezzo per sua natura popolare (sul quale è difficile operare distinzioni di censo). Sento già montare il mugugno e la protesta di chi vorrebbe accreditare a un intangibile Welfare il diritto al tram. Mentre abbonamenti di favore e ragionevoli esenzioni possono ovviare a situazioni di particolare disagio o di penuria.

L’importante è impedire ai furbi di farla franca, di abusare delle risorse comuni, richiamandoli all’osservanza delle regole. Questa vale anche per le situazioni che possono apparire di minore entità ma assumono un significato, per così dire, germinale. Vogliamo trascurare l’educazione negativa che viene impartita da comportamenti irrispettosi del vincolo sociale, ripetuti ogni giorno davanti a una così grande platea di cittadini? Non saranno indotti, questi «piccoli» trasgressori, a concedersi più estese licenze, approfittando dell’impunità garantita dalle istituzioni? Anche sulle rotaie di un tram si misura il percorso di una crescita civile. Anche un biglietto timbrato può dare testimonianza di un’etica condivisa.


(da "La Stampa" del 16 ottobre 2011)

«L'impossibile cassonetto regalato alla vecchina»

IL GIORNALE DI VICENZA

Domenica 16 Ottobre 2011 CRONACA Pagina 62
AIM

«L'impossibile
cassonetto
regalato
alla vecchina»


Mi è capitato di assistere a un fatto singolare. Un paio di addetti dell'Aim ha consegnato a una anziana signora il nuovo cassonetto per la raccolta delle immondizie a domicilio. Innovazione mirabile, se non fosse per qualche piccola incongruenza.
La novità, unica nel suo genere, risiede nel fatto che viene consegnato un cassonetto per ogni famiglia con tanto di codice personalizzato. Lei chiederà: anche per i singoli? Ma certamente e con le stesse identiche, mastodontiche dimensioni standard, tanto che la signora in questione ha esclamato che per riempirlo tutto ci avrebbe impiegato non meno di 50 anni, perchè quel termine residuo non comprende tutto il Secco, bensì un Secco che può essere Umido e un Umido che può essere Secco.
Sembrava di assistere alle elucubrazioni di Plotino sulla c! ostituzione dell'anima che sarebbe un corpo quasi spirito, anzi uno spirito quasi corpo. Tanto per fare un esempio: un attaccapanni (non compreso nell'elenco della Guida informativa) ricadrebbe in questa voce perchè ha l'anima di ferro.
A questo punto sarebbe necessario che l'amministrazione fornisse a ogni famiglia anche uno spettrofotometro ad assorbimento atomico in modo da poter evidenziare se sotto ogni scorza di plastica ci sia qualche metallo raro. Certo, è una faccenda molto complicata che solo intelligenze superiori possono risolvere...
La tragedia però è che quel cassonetto l'anziana non poteva lasciarlo in strada, ma doveva portarselo nell'unica stanza dove abitava, altrimenti sarebbero scattate sanzioni a ripetizione. Così mestamente se l'è preso e zoppicando ha iniziato a salire le due rampe di scale. E per fortuna che era vuoto e che, tra 50 anni, quando sarà finalmente pieno, la vecchina riposerà finalmente feli! ce tra i più.
Ho una strana sensazione, come quella a! vvertita pochi anni fa quando ho partecipato ad una assemblea che doveva trattare alcune cosuccie del quartiere Italia.
Si è presentato il solito illuminato di turno, altro colore politico, ma stessa prosopopea: bello, aitante, ben vestito, molto profumato e dal sorriso smagliante. Ha parlato per circa mezz'ora a una vasta assemblea. Un discorso forbito, solenne, quasi aulico con spunti sapienziali di elevato valore estetico, esoterico e soteriologico.
Alla fine, tra un silenzio tombale, una vecchietta osò chiedere: "Scusi, giovanotto, io ho insegnato per 40 anni al liceo, ma di ciò che ha detto non ho capito nulla!" Allora mi sono fatto avanti e ho spiegato che in poche parole il politico illuminato aveva voluto comunicare ai presenti che l'amministrazione delle loro lamentele se ne fregava.
Lei non ci crederà, ma il giovane rampante si è arrabbia-
to moltissimo e se ne è anda
to sbattendo la porta. Ora con questa faccenda de! l Resi
duo avverto la stessa sensazione.
Giorgio Rigno

martedì 11 ottobre 2011

L'ultimo italiano del palazzo

IL GIORNALE DI VICENZA






Martedì 11 Ottobre 2011 PROVINCIA Pagina 29





LA STORIA. L'esperienza di “frontiera” raccontata dall'anziano presidente del Comitato benefico di Cornedo





L'ultimo italiano del palazzo



Antonio Salmaso, 80 anni, vive in uno stabile con cinque famiglie di immigrati: «Abitudini diverse ma sempre con grande rispetto»



«A questo punto mi devo considerare io un extracomunitario». Lo dice sorridendo Antonio Salmaso, 80 anni appena festeggiati, “fotografando” la sua situazione: «È come se fossi da solo, in mezzo agli indiani». L'anziano è un autentico personaggio, molto noto in città perché è presidente del Comitato beneficio del carnevale cornedese, che da 25 anni mantiene vive le feste tradizionali e folcloristiche del paese. Abita con la moglie in via 25 Aprile, al piano terra di una palazzina di 6 appartamenti a due passi dal centro: «È come essere all'Onu: abitudini diverse ma sempre con grande rispetto, nel segno dell'integrazione», confida. In effetti, il suo è l'unico nucleo italiano: in poco meno di dieci anni, via via, le altre famigli! e “autoctone” hanno lasciato il loro posto ad altre cinque, ognuna di una nazionalità diversa.

«Sopra di me c'e una famiglia albanese, al secondo piano una ghanese; sull'altro lato, alloggiano le altre tre famiglie: una marocchina, una seconda indiana e una terza cinese».

Uno spaccato della realtà sempre più multietnica, in un paese in cui la popolazione immigrata raggiunge la soglia del 10%. Ognuna con le sue abitudini, i suoi usi ed i suoi costumi, in una convivenza «animata da scambi culturali che arricchiscono».

Dai davanzali dello stabile sono stese coperte e lenzuola e indumenti dai colori sgargianti, che indicano la provenienza dei proprietari.

«Non ci sono mai stati problemi di convivenza -aggiunge Salmaso- Del resto, conto sul mio spirito di adattamento che mi ha fatto superare ogni difficoltà. Mi sono adattato ai diversi odori delle spezie che i miei vicini utilizzano per cucinare; profumi dei ! loro Paesi, ben differenti dai nostri e in alcuni casi anche p! iù “pungenti”».

E poi non esita ad aggiungere: «I modi di fare e di comportarsi della vita privata sono diversi dai nostri: loro sono più esuberanti, più rumorosi. Ormai ho imparato a distinguere la nazionalità delle famiglie non tanto dalle lingue straniere che non conosco, ma da come salgono e scendono le scale: ad alcuni piace avere stereo al seguito con cui sentire la musica originaria del loro paese. Ma tutto prosegue secondo le regole del buon vicinato».

sabato 24 settembre 2011

«I manifestanti all'arrivo a Montecchio erano inutili e non democratici»

IL GIORNALE DI VICENZA

Sabato 24 Settembre 2011 LETTERE Pagina 73
GIRO DI PADANIA

«I manifestanti
all'arrivo
a Montecchio
erano inutili
e non democratici»


Sabato 10 settembre arriva a Montecchio Maggiore il “Giro di Padania”. Amante del ciclismo, sono a venti metri dal traguardo per gustarmi l'arrivo della tappa e anche la conclusione del giro. È evidente che la scelta del nome “Giro di Padania” dà alla manifestazione un significato che supera i confini dello sport, ma è pur sempre una scelta e come tale mi sembra civile rispettala. Purtroppo non mi riesce di vedere l'arrivo, in quanto manifestanti hanno completamente invaso di bandiere tricolori, di fischi e insulti organizzatori, atleti e chiunque facesse parte della carovana. Vedere alle premiazioni atleti come Ivan Basso e altri coperti da fischi e grida come “buffone” e quant'altro, faceva nascere in me un miscuglio fra vergogna e rabbia. Vergogna perch&#2! 33; non ho ricordi di un'arrivo di una tappa così qualificata nel nostro Comune; sentire insulti e offese mi ha fatto sentire profondamente a disagio.
Rabbia perché non riuscivo a capire. Vedevo infatti tra le fila dei contestatori il nostro ex sindaco di Montecchio e altri attuali consiglieri dell'opposizione mischiati ai vari “No Dal Molin” ai “No Tav” ai “No global”.
Ora la mia riflessione è: ma era opportuno creare una contro-manifestazione? È stato intelligente ? È stato cosí democratico? Democrazia è la possibilità di avere le proprie idee politiche, le proprie credenze religiose, i propri gusti. La ricchezza di un contesto sociale nasce dalla diversità di idee, dalla creatività, dalle differenze di ogni tipo anche politiche. La libertà è imprescindibile, ma la “tua libertà finisce là dove inizia la mia”. Tu hai la libertà di creare una manifestazi! one che esprima il tuo pensiero e io avró la libertà! di organizzare un evento che esprima il mio pensiero.
Tu organizzi la tua festa mussulmana ed io organizzo la mia sagra parrocchiale. Tu organizzi la tua festa del Prosecco e io la mia festa del Durello. Tu organizzi la tua festa a Pontida e io organizzo la mia festa dell'Unità. Io non vengo ad insultarti a Pontida e tu evita di fischiarmi a Bologna. O no? Da appassionato di ciclismo mi auguro che anche il prossimo anno Montecchio riveda una manifestazione così ben organizzata, ma con l'augurio che non ci siano i contro-manifestanti. Che poi si chiami Giro di Padania, Tour Democratico o la corsa della Libertà poco importa... se avremo l'intelligenza di avere rispetto per la libertà altrui. W il ciclismo “ciclato”!
Claudio Parise
Montecchio Maggiore

lunedì 19 settembre 2011

Le colonie Usa e la lezione sul debito

17/9/2011
Le colonie Usa e la lezione sul debito
MARTA DASSU'
Echi della storia: distanti ma istruttivi. Il dibattito europeo sulla crisi del debito ricorda una delle dispute più accese della vita iniziale degli Stati Uniti.

A un decennio circa dalla formazione dell’Unione (1781), il primo segretario del Tesoro americano, Alexander Hamilton, condusse la sua battaglia per trasferire a livello federale parte del debito accumulato dalle 13 colonie durante la guerra di indipendenza. Hamilton propose un piano in due fasi.

La prima prevedeva appunto che il governo federale si accollasse il debito contratto dagli Stati. La seconda prevedeva la creazione di una Bank of America, un embrione di Banca Centrale. Queste proposte si scontrarono però - lo ricostruisce su Aspenia un articolo di «Germanicus» - con un’opposizione feroce. Contro di esse si mosse l’allora segretario di Stato Thomas Jefferson, uno dei padri della Dichiarazione di indipendenza. Le sue obiezioni erano di carattere costituzionale. Secondo Jefferson, il piano del segretario del Tesoro costituiva un’aperta violazione dei diritti degli Stati, a tutto vantaggio del governo federale. E soprattutto costituiva un pericoloso precedente: non vi era nulla, infatti, nella Costituzione che autorizzasse la creazione di una Banca degli Stati Uniti. Si tenga conto che quando il governo federale cominciò ad emettere banconote (solo a metà dell’800, per finanziare la guerra civile), la Corte suprema dichiarò in prima battuta incostituzionale l’emissione dei «biglietti verdi». Più che le obiezioni di Jefferson, era però l’opposizione di alcuni Stati ad ostacolare il piano di Hamilton.

Il più risoluto era la Virginia, Stato ricco del Sud che all’epoca includeva anche gli attuali West Virginia e Kentucky. Le sue finanze erano relativamente sane, e i suoi abitanti non avevano nessuna intenzione di pagare di tasca propria per le «scelleratezze» finanziarie dei puritani del Nord. La Virginia, alla fine, dette il proprio assenso al piano di risanamento. In cambio, però, ottenne da Hamilton la promessa che la capitale federale sarebbe stata spostata in un territorio ritagliato fra la stessa Virginia e il Maryland, sui terreni lambiti dal Potomac. Dove appunto sorgerà Washington. La collocazione del Campidoglio a poche ore di distanza dalle tenute patrizie della Virginia avrebbe simboleggiato la leadership politica dell’Old Dominion all’interno dell’Unione originaria. A parti geograficamente rovesciate (il Sud americano dell’epoca come il Nord europeo di oggi) e al di là di tutte le differenze (abbiamo già la Bank of Europe, senza avere una gestione federale del debito), le analogie con quel primo dibattito sono interessanti, se viste «across the Atlantic»; e non del tutto accidentali. Le difficoltà dei neonati Stati Uniti, così come quelle dell’Unione Europea, confermano infatti una «legge» molto semplice: in un’Unione di Stati ancora poco strutturata - come era l’Unione iniziale delle colonie americane e come è oggi l’Ue - si creano sempre forti tensioni distributive. Che possono essere superate, almeno temporaneamente, se gli Stati più ricchi e competitivi si assumono responsabilità commisurate al loro status, accettando di contribuire più degli altri al funzionamento dell’Unione. È quello che fece la Virginia, decidendo di barattare qualche Bot dell’epoca con una posizione di guida all'interno dell’Unione americana delle origini.

Nel caso dell’Unione Europea, questo ruolo può essere svolto solo dalla Germania. Ma Berlino appare restia a farsene carico. Negli Anni Novanta, una leadership tradizionalmente favorevole all’integrazione ha cominciato a mettere in discussione l’entità del proprio contributo netto al bilancio comunitario. Oggi, stigmatizza il rischio che l’Ue si trasformi in una costosa «Transfer-Union» respingendo proposte, come gli eurobond, che potrebbero alleviare le pressioni sull’euro. Si dirà: perché meravigliarsi se i tedeschi esitano a pagare per rimediare ai problemi altrui? È un’osservazione corretta in un’ottica contabile ma lo è meno in una visione strategica. La Germania è stata storicamente un grande contributore (il «paymaster», si sarebbe detto a Richmond) ma anche uno dei grandi beneficiari dell’Ue, traendone vantaggi tangibili sia sul piano politico che su quello economico. Berlino ne ha anche tratto vantaggi indiretti, immateriali: per esempio politiche regolatorie e standard che hanno quasi sempre finito col mutuare modelli tedeschi. Il punto vero in discussione è se questi benefici siano esauriti, o siano diventati inferiori ai costi, come sembra ritenere una parte dell’élite tedesca a più di due decenni dalla riunificazione del Paese. La risposta razionale è che non sia così. L’ormai famoso studio di Ubs sui costi di una spaccatura dell’euro dimostra che sarebbero molto superiori, per i contribuenti tedeschi, ai costi del salvataggio combinato di Grecia, Irlanda e Portogallo. Angela Merkel ne è sicuramente consapevole. Ma ha scelto di muoversi, dall’esplosione della crisi greca in poi, per piccoli passi, data la debolezza interna della coalizione di governo e visti i paletti fissati da una Corte costituzionale apparentemente più vicina all'eredità di Jefferson che non a quella di Hamilton. Il rischio è che questa logica politica gradualista, combinata a una visione economica che forza gli Stati in debito a misure drastiche di austerità, faccia saltare l’Unione monetaria prima di farla decollare come Unione politica.

Teniamo quindi conto degli echi della storia. La solidarietà fiscale è una delle battaglie fondative, una battaglia esistenziale, per le Unioni fra Stati. Può essere vinta solo a condizione che gli Stati più forti abbiano il coraggio di scelte costose ma vantaggiose: è il prezzo della leadership. D’altra parte, gli Stati più deboli devono a loro volta accettare vincoli sostanziali, costituzionali ma non solo, alle proprie politiche di bilancio, come avviene del resto in un assetto americano (la quasi totalità dei singoli Stati della Federazione si sono dati leggi più o meno strette sul «balanced budget») di cui stiamo prendendo alcuni pezzi ma non l’insieme. Questo è lo «scambio» originario della storia travagliata degli Stati Uniti. Vedremo se sarà lo scambio alla base del futuro europeo.

domenica 18 settembre 2011

L'italiano medio

IL GIORNALE DI VICENZA

Domenica 18 Settembre 2011 PRIMAPAGINA Pagina 1

L'italiano medio

L'italiano medio - quello che osserva i fatti della vita senza il paraocchi dell'ideologia, del pregiudizio o della faziosità partitica - assiste basìto alle cronache degli ultimi tempi. E giunge all'amara constatazione che sia largamente diffusa la convinzione di poterlo facilmente prendere per i fondelli.
Le telefonate del Presidente del Consiglio con il suo compagno di bagordi Tarantini, ad esempio, non aggiungono nulla di nuovo a quanto già si sapeva: l'uomo è contento - come spiega efficacemente al telefono con linguaggio forbito - se «gira la patonza». Berlusconi continua a ripetere - non senza qualche ragione - che non c'è nulla di illecito in tutto ciò: ma è sconcertante che non si renda conto che il problema non sta nella (presunta) illegalità di certi comportamenti, ma nel fatto che il Presidente del Consiglio italiano tr! ascorra al telefono più tempo con i Tarantini, i Lele Mora e centinaia di squinzie che con la Merkel, Sarkozy e gli altri capi di governo impegnati a salvare la baracca mondiale che sta crollando.
L'italiano medio - quello che non è legato a nessun carro - si sente preso per i fondelli anche da certi magistrati che rifiutano sdegnati l'ipotesi che ci sia un disegno politico dietro certe inchieste, e per i quali è una cosa normale in un Paese democratico la registrazione di centomila (centomila!) intercettazioni per un'inchiesta su una presunta induzione alla prostituzione. L'italiano medio pensa che arriverà il giorno in cui Berlusconi non sarà più un alibi utile a non affrontare lo sfascio del nostro sistema giudiziario.
L'italiano medio (e perfino il padano medio) si sente preso per i fondelli dal capo del partito che doveva rivoluzionare il Paese a colpi di federalismo, riforme e tagli agli sprechi, e che è ridotto a difendere le ! Province, le Comunità montane, i micro enti del sottobosc! o politico perché sono sì poltrone inutili, ma ci sono seduti i fedelissimi e lui ha già il problema di piazzare il figlio Trota per doversi occupare anche del destino di altre migliaia di persone come ad esempio l'ex ministro Castelli, quello che si lamenta per essere «diventato povero dopo aver fatto politica, dovendo accontentarsi di 145 mila euro l'anno». Testuale.
L'italiano medio si sente preso per i fondelli da Bersani, Di Pietro, Vendola, che dopo 15 anni propongono per il dopo-Berlusconi la rinascita dell'Ulivo. E resta in attesa di veder ricomparire Diliberto, Pecoraro Scanio, Visco e compagnia tassante. Magari anche Prodi: così, giusto per far recuperare qualche voto al centrodestra.
L'italiano medio si convince che anche gli organismi dello Stato lo credano un fesso. Ad esempio quando l'Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza annunciano ogni settimana i risultati di una spettacolare operazione antievasione. È un lav! oro che merita il plauso: ma davvero credono che l'italiano medio si beva il fatto che solo a Vicenza si cerchi il modo di pagare meno tasse? E che siano solo singolari coincidenze il fatto che a Roma si vara una manovra basata a parole sulla lotta all'evasione, o il fatto che a Vicenza la Finanza ha fatto pulizia in casa propria e ora deve dimostrare che il marcio non c'è più? L'italiano medio si domanda: se tutto emerge solo a Vicenza, vuol forse dire che nel resto d'Italia c'è ancora del marcio?
L'italiano medio si è fatto l'idea che tutti lo credano fesso. Invece è solo inevitabilmente, clamorosamente, fortunatamente estraneo e superiore a tutto questo. E perciò terribilmente e pericolosamente infuriato e sfiduciato.

giovedì 8 settembre 2011

Il coraggio e la normalità

IL GIORNALE DI VICENZA

Giovedì 08 Settembre 2011 PRIMAPAGINA Pagina 1

Il coraggio
e la normalità


La cosa che spaventa di più, nella situazione che sta attraversando l'Italia, è la progressiva e diffusa perdita del senso della realtà e della logica. Il cattivo esempio viene, come al solito, dall'alto: il caso più eclatante è l'ammissione resa dal ministro Calderoli in una riunione di presidenti provinciali veneti - e svelata ieri dal Giornale di Vicenza - del fatto che le Province non saranno abolite nonostante l'avvio delle procedure parlamentari. In pratica il ministro ha candidamente ammesso che si ripeterà la farsa del ministero dell'Agricoltura, cancellato da un referendum popolare e fatto rinascere con il nome di ministero delle Politiche agricole.
Come sia possibile sperare che un provvedimento così concepito e una manovra basata su simili presupposti possa essere ritenuta credibile e seria dai mercati, &#! 232; un mistero. Non si fanno fessi gli italiani, figuriamoci gli europei.
Ma i danni provocati da questa disarmante mancanza di credibilità non si limitano alle Borse o all'immagine del Paese: hanno effetti a cascata anche sugli italiani e determinano la progressiva rottura del patto di mutua fiducia tra Stato e cittadini. Il devastante fenomeno dell'evasione è solo l'aspetto più macroscopico di questa frattura: se non c'è fiducia nel sistema, è evidente che viene meno la volontà di contribuire al suo mantenimento. È sbagliato, non è condivisibile: ma è così. E la stessa scelta della Cgil di scioperare segue interessi di parte, non certo collettivi.
Se però scendiamo su una scala più piccola ci accorgiamo che la frattura tra Stato e cittadino produce effetti incresciosi. Nel giorno in cui il governo vara la manovra da lacrime e sangue, i presidi delle scuole vicentine rispondono picche alla richiesta di unif! ormare in due soli orari gli ingressi nelle scuole. L'appello ! era motivato dal fatto che anche le casse comunali piangono, e all'Aim la moltiplicazione delle corse degli autobus negli orari d'inizio delle lezioni costa 100 mila euro l'anno. Insomma, se si fossero decisi due ingressi, ad esempio uno alle 7.45 e uno alle 8.20, l'Aim avrebbe potuto risparmiare 100 mila euro. La risposta dei presidi è stata di 6 (sei) orari d'ingresso: alle 7.40, 7.45, 7.50, 7.55, 8.10 e 8.20. Una presa in giro.
I presidi sicuramente invocheranno l'autonomia scolastica, le norme, gli obblighi e qualsiasi altra legittima giustificazione: ma è difficile pensare che cinque minuti in più o in meno non valgano 100 mila euro. A meno che non si pensi - ed è questo il punto - che quei 100 mila euro li debba mettere lo Spirito Santo. In realtà sono soldi di tutti noi, bruciati sull'altare dell'egoismo. Il Paese va a rotoli, ma ciascuno pensa che tocchi agli altri fare il primo passo per rimettere in piedi la baracca. Vale per Lorsignori! e le Province, per gli evasori, per gli insegnanti e gli studenti, per tutti noi che abbiamo dimenticato che la vera prova di coraggio, oggi, è l'essere normali.