| Avvenire 02/03/2010, Pagina A02 | |||||||||||||||
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martedì 2 marzo 2010
UN INVITO A RICOMINCIARE PER GENITORI, INSEGNANTI, STUDENTI (Avvenire)
domenica 14 febbraio 2010
Anche il dialetto aiuta gli stranieri a costruire integrazione (Avvenire)
CHE COSA INSEGNA L’ESPERIENZA VENETA
Anche il dialetto aiuta gli stranieri a costruire integrazione
GABRIELLA SARTORI
ntegrazione degli immigrati: difficile, ma necessaria.
I Il tema resta all’ordine del giorno, non solo in Italia ma in tutta Europa. Le ricette sono molte.
Vedi quella elaborata dal governo francese, alle prese con una delle percentuali più alte di immigrati di cultura islamica la cui integrazione è particolarmente difficoltosa. A fronte dello spinoso problema, il governo Sarkozy propone, tra l’altro, il rispetto di un paio di 'obblighi': la presenza in tutte le classi scolastiche della Dichiarazione universale dei diritti, perno fondamentale su cui riposa l’esistenza stessa della République, e l’obbligo per tutti gli studenti di imparare l’inno nazionale, la 'Marsigliese', e di cantarlo almeno una volta all’anno. La proposta pare sgradita a molti islamici, pur apparentemente 'integrati'. Lavoriamo, paghiamo le tasse, hanno fatto sapere, ma la 'Marsigliese' no, non vogliamo impararla.
Scuola e inno nazionale comuni a tutti: chiunque, anche nel passato, si sia cimentato col problema dell’integrazione in uno stesso Stato fra popoli diversi per lingua, costumi, religione, mentalità, se n’è occupato.
Vedi il caso dell’imperial-regio governo austriaco che per far sentire 'uniti' tutti i suoi sudditi appartenenti ad un mosaico interetnico fra i più variegati (e rissosi) della storia, riuscì nell’intento imponendo a tutti l’istruzione obbligatoria e il canto quotidiano in classe dell’inno nazionale. Con la concessione, davvero lungimirante per i tempi e per i luoghi, che ogni popolo potesse cantarlo nella lingua d’origine: stesso testo (inneggiante all’imperial-regia monarchia), stessa (bellissima) musica uguale per tutti, ma ognuno poteva cantarlo nella propria lingua madre (tedesco, italiano, slavo, ungherese, ecc). Un’idea certo non integralmente applicabile ai giorni nostri, ma che indica una linea politica di integrazione innegabilmente intelligente. Che diede a lungo i suoi frutti di cui ancora oggi si apprezza il valore.
Restando in tema di lingua e lingue, e tornando all’attualità, sta facendo discutere la 'ricetta' veneta: l’uso del dialetto come mezzo privilegiato di integrazione. E non sono chiacchiere: una documentatissima indagine condotta dall’istituto 'Quaeris' nella provincia di Treviso (che sta al top della classifica italiana per la percentuale di immigrati residenti e per il tasso di integrazione), rivela che la percentuale dei 'nuovi veneti' che parla il dialetto raggiunge ben il 64,9% degli studenti e il 31,3% dei lavoratori. Di questi studenti, a casa, oltre il 75% parla con i familiari nella lingua d’origine, ma 'con gli amici' e 'a scuola' oltre l’85% usa quotidianamente il veneto. E i lavoratori? Ben l’83,4% parla veneto con 'i vicini di casa' mentre addirittura il 94,4% di loro lo usa 'sui luoghi di lavoro'. La cosa piace anche ai neurolinguisti: chi cresce conoscendo il dialetto oltre alla lingua (meglio se due) ha la fortuna di formarsi un cervello bi o tri lingue, predisposto cioè ad apprender meglio e più in fretta anche ulteriori lingue straniere.
L’uso del veneto «rende più spontanei i rapporti, fa sentire veneti», gente familiare insomma. Lo spiega Rina Biz, già 'anima' e presidente onoraria della cooperativa ad ispirazione cristiana 'Insieme si può', oggi presieduta da Annita Leuratti. Giunta ai 25 anni di vita dedicati al sostegno e al recupero di persone variamente 'fragili' (malati, anziani, deboli mentali. ecc.), la cooperativa conta 1.100 iscritti, per il 93% donne. L’uso del veneto, spiegano ad 'Insieme si può', diventa fondamentale soprattutto in certi ambiti di lavoro, specie edilizio e socio-sanitario (infermieri/e, badanti in famiglie e case di riposo. ecc.). E dunque, la ricetta veneta per l’integrazione degli stranieri merita di esser presa in considerazione: per gli invidiabili risultati conseguiti, innanzitutto. Ma anche per il modo attraverso il quale li si ottiene: gli stranieri vanno visti subito come i 'nuovi veneti', tanto è vero che possono imparare subito la lingua che si usa in casa, al lavoro e con gli amici. A patto di crederci. Perché: 'Insieme si può'. E si vede.
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venerdì 5 febbraio 2010
Siamo razzisti o il problema è un altro? (il Giornale di Vicenza)
- Giovedì 04 Febbraio 2010
- CRONACA,
- pagina 20
Siamo razzisti o il problema è un altro?
«Abbiamo solo pregiudizi per chi è fuori dal ciclo produttivo». «Ma ci spingono a xenofobia e paura perché portano voti»
LO SCRITTORE DRAMMATURGO
Giancarlo Marinelli è nato a Vicenza 36 anni fa ma vive e lavora tra Este, Roma e Milano. È scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo e insegnante di Istituzioni di Regia Teatrale. Editorialista
de “Il Giornale”, ha scritto diversi articoli sul rapporto tra italiani
e stranieri. Marinelli è stato
per due volte finalista al Premio Campiello: nel 2002 con
“Dopo l'amore” e nel 2006 con “Ti lascio il meglio di me”. Il suo ultimo libro, edito da Bompiani,
è incentrato sulla figura di Gesù e
si intitola “Non vi amerò per sempre”. ! La maggioranza degli italiani non è razzista. O, per meglio dire, lo sono come ogni porzione di società post-consumista, che nutre un certo pregiudizio nei confronti di chi è escluso dal ciclo produttivo. In questo senso il “razzismo" è da intendersi più specificatamente come classismo: classista era la società feudale e contadina; non era classista la società immaginata dal fascismo che, per l'appunto, quando ha voluto tramutarsi veramente in razzista, ha immediatamente perduto il consenso popolare. Oggi l'Italia è un paese falsamente classista e, soprattutto, profondamente esasperato.
$ Gli farei vedere “Mississipi Burning" di Alan Parker.
% Si tratta di “schiavismo". Puro e semplice. Lo sfruttamento infame di individui più deboli a cui il capitalismo ci ha abituato frequentemente. Poco importa che gli schiavi siano neri, bianchi o blu, che raccolgano pomodori o aprano le cerniere di clienti avidi di corpi senza ordine e senza decenza. Non penso che potrebbe verificarsi altrettanto in Veneto: non esiste, per lo meno in modo così organico e massiccio, una forza criminale capace di essere un anti-Stato in grado di condizionare ogni potere. Vero è che in un recente passato si è saputo di “grandi imprenditori veneti" che sfruttavano, all'estero, bambini operai pagati anche meno degli schiavi di Rosarno.
Q No. Come ho detto precedentemente, hanno un substrato classista e un animo realmente provato, esasperato.
W Volentieri. E parteciperei volentieri anche ad uno sciopero contro la Caritas e altre fondazioni, associazioni, comitati d'affari vari della Chiesa Cattolica, che, in questo paese, godono di una sorta di immunità fiscale e contributiva, e di una più generale condizione di privilegio che gli altri cittadini, italiani e non, possono soltanto sognare. A proposito di questa oggettiva disuguaglianza: come la chiamiamo?
E Diventerebbe razzista se “adeguarsi allo stile di vita" si traducesse in: devi vestire come voglio io, pregare il Dio che voglio io, frequentare luoghi e persone che stabilisco io, muoverti e lavorare secondo il mio incondizionato arbitrio. Insomma; come accade in molte teocrazie islamiche.
R Assolutamente no. Si può discutere l'efficacia dei provvedimenti. Ma sono tesi allo snellimento e al miglioramento delle metodologie didattiche. Non a pregiudizi di tipo razziale. Se cominciamo a leggere tutto in chiave xenofoba, finiamo per creare mostri dal nulla.
T Verona-Napoli. I veronesi accolgono i partenopei con questo striscione: "Benvenuti in Italia". Girone di ritorno. I napoletani rispondono ai veronesi con questo saluto dalla curva: “Giulietta era una zoccola". Straordinario… Lo stadio è un vulcano di impulsi ciechi, di palpiti tremendi e straordinari difficilmente classificabili. Più che i proclami assai pericolosi di Maroni, suggerirei un sano squadrismo; quando un manipolo di imbecilli grida “Negro di m…" a Balotelli o “Pessotto buttati di sotto", opterei per una raffica di calci nel sedere da parte di alcuni nerboruti uomini di buona volontà.
U Ho dedicato buona parte della mia vita, un libro e uno spettacolo teatrale, alla irrinunciabile figura di Gesù. Gli ho scritto persino una “lettera" che ha fatto molto rumore, dove ho detto: «Chi ti vuole rimuovere, in verità ti sta chiamando. Chi ti rinnega, in verità, sente il disperato bisogno di te».
I In sostanza Berlusconi dice: "Meno clandestini, meno reati". Mi sovviene d'istinto un dubbio atroce: vuoi vedere che il nostro premier non ha ancora ottenuto la cittadinanza italiana?
LO SCRITTORE MUSICISTA
Musicista, compositore, scrittore
e poeta, Bepi De Marzi è stato insegnante al conservatorio
di Padova. I canti dei suoi
“Crodaioli” sono diffusi in tutto
il mondo. Ha ricevuto molti premi,
dal "Provincia di Vicenza" al
“Premio Masi” per la Civiltà Veneta. Bassano gli ha recentemente assegnato “L'alfiere d'oro". Accademico Olimpico, fa parte del Gruppo Italiano degli Scrittori di Montagna. Sottolinea di non aver
mai militato in alcun partito
e di aver sempre gustosamente ironizzato sui politici di professione. ! Senza dubbio! Il razzismo viene manovrato. Pensiamo alle leggi fasciste. Diceva Rigoni Stern: «Mussolini ha trasformato gli italiani in marionette in poco meno di vent'anni, ma Hitler ha trasformato i tedeschi in criminali in soli sei anni». Berlusconi, si sa, è ormai ostaggio della Lega: le ha dimostrato tutto il suo servilismo dichiarando “L'Italia non sarà mai multietnica". È una forma di provincialismo e di razzismo che culturalmente ci colloca agli ultimi posti nel mondo.
$ Racconterei che, in terza elementare, la maestra piangendo ci disse che Robertino non sarebbe più venuto a scuola perché aveva un cognome che non piaceva alle autorità. Robertino Benedetti, ebreo, iscritto di nascosto nel registro della nostra classe come Lorenzini, è morto a Buchenwald con tutta la famiglia. Poi parlerei del Governo attuale che incita perfino i medici a denunciare i clandestini.
% Tutti sapevano del dramma di Rosarno! Anche la Chiesa ha finto di saperlo ufficialmente dopo. Cosa importa se il Papa si affaccia alla finestra esprimendo la sua preoccupazione? Deponga i piviali dorati e le mitrie con le ametiste e vada a consolare i nuovi schiavi della terra che piangono e si disperano poco lontano dal Vaticano. Non voglio pensare che anche in Veneto ci siano situazioni così estreme.
Q Le assemblee condominiali sono grottesche battaglie dell'insofferenza tra vicini di casa, anche tra italiani! Ma non fanno notizia. Allora si enfatizzano le incertezze dei poveri che vengono dai deserti della fame. Sappiamo chi soffia sul fuoco: “Instillare la paura, alimentarla e offrirsi come aiuto per cancellarne le cause" è una strategia che porta molti e molti voti.
W Era ora che si arrivasse alla protesta nazionale. Vorrei entrare nei loro cortei. E spero in manifestazioni dignitose, a testa alta, dolorosamente. Le proteste devono essere severe, con la disperazione comunicata dal silenzio.
E Ho percorso tutto il mondo a suonare e a cantare. In Australia ho conosciuto tanti emigrati che vivono ancora come quando erano in Italia. Stesso modo di vestire, stessa cucina, stesse abitudini velate di nostalgia. Ma i loro pronipoti sono ormai australiani autentici. Accadrà così anche da noi.
R Un insegnante deve conoscere le lingue e rivolgersi ai suoi alunni senza pregiudizi. Nelle scuole dei Paesi più avanzati l'insegnamento è anche individuale, con la normale pluralità linguistica. Noi invece proponiamo lo studio del dialetto! Il famigerato 30 per cento proposto dal Governo è un altro ricatto della Lega, un omaggio al dentista Calderoli.
T L'Italia ha fatto morire anche il gioco del calcio. Allo stadio vanno i violenti per fare "buuu" a comando. La proposta di Maroni è un altro segno della schizofrenia: fermare le partite quando si manifesta il razzismo e respingere razzisticamente i disperati che chiedono asilo!
U La Russa auspica la morte per chi si oppone al crocifisso, a Montecchio M. la sindachessa ha tolto le panchine dove qualche immigrato sostava, ma ha piantato una grande croce nel cortile del municipio. Un gesto deplorato con cristiane argomentazioni dal parroco don Stefano Manni. Nell'asilo Bonazzi di Arzignano e nella scuola materna di Monticello di Fara abbiamo cantato Gesù bambino. Ho la certezza che ad opporsi a crocifissi e presepi sono più gli insegnanti che vogliono una scuola atea che gli stranieri. Ma le nostre più tenere tradizioni vanno tutelate.
I No! Questa è una menzogna. La criminalizzazione degli stranieri e dei clandestini, che sono i più disperati tra i disperati, è una perversa attuazione del programma che intende portare una grande parte dell'Italia alla xenofobia.
giovedì 4 febbraio 2010
LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD
LA PRESSIONE SULL’IRAN DI AHMADINEJAD | ||||
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IPOTESI D’USCITA DALLA PARALISI (Avvenire)
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domenica 31 gennaio 2010
Lettere al "Giornale di Vicenza"
Data: 01/31/10 18:25:05
A: --omissis--
Oggetto: Un articolo da Il Giornale di Vicenza
Questo articolo ti è stato inviato da -omissis- attraverso il sito de Il Giornale di Vicenza
IL GIORNALE DI VICENZA
Sabato 30 Gennaio 2010 Altra Pagina 59
Sto leggendo con grande preoccupazione gli articoli di questi giorni sul nuovo centro sociale che l'amministrazione Variati ha deciso di dare in concessione ai no global e ad associazioni non bene identificate, ma che il vostro giornale identificava come “disobbedienti".
Ho sempre votato a sinistra nel corso della mia vita: PCI, DS e ora PD. E quindi ho votato e apprezzato Variati per il grande lavoro che sta facendo per la nostra città. Sono ormai 10 anni che da Napoli mi sono trasferito a Vicenza, abitando da sempre in via Sant'Agostino. Ho trovato un quartiere tranquillo, nel quale è sempre stato possibile vicere con serenità.
Ma non dimentico quello che voleva dire nella mia vecchia città vivere vicino ad un centro sociale. ho abitato per 3 anni vicino all'Officina 99, uno dei centri sociali peggiori di Napoli. Non dimentico le lotte del quartiere, i tentativi di sgombero della polizia, le strade infestate di personaggi poco raccomandabili che si bucavano in strada a cielo aperto, fumavano e facevano chiasso fino a tarda notte.
Non posso pensare che a Vicenza si crei la stessa situazione. Insieme agli altri abitanti del quartiere stiamo organizzando una raccol ta firme da presentare in Comune, perché non possiamo pensare che il nostro quartiere diventi preda di balordi e centri sociali.
Michele Rullo
Adesso basta! Variati dopo aver aiutato i suoi amici del No Dal Molin adesso fa anche il centro sociale, sempre per la stessa gente! Ho letto la storia che è stato assegnato con un bando su cui perfino i consiglieri della sinistra non sanno cosa dire.
Ma come si fa? Come si fa a dare ai no global (che, ricordiamolo sempre, sono quelli che ci hanno rovinato la faccia davanti al mondo al G8 e che provocano sempre scontri) uno spazio pubblico in mezzo ad un quartiere! ? Non si può andare avanti così, siamo stufi di questa gente.
Sappiate comunque che non accetteremo una cosa del genere, la città dopo anni di tensione e di manifestazioni per la base americana non può accettare di costruire un centro sociale dove accogliere un sacco di gente che non ha niente da fare dalla mattina alla sera se non fare casino.
Abbiamo proprio bisogno di continue manifestazioni, agitazioni di piazza, chissà come saranno felici i residenti. Grazie a Dio abito abbastanza lontano da lì, ma questo è un problema di sicurezza che investe tutta la città. Cosa ne pensa l'assessore Dalla Pozza che finora ho apprezzato per la linea di ordine e rigore che ha portato nella materia con le ordinanze contro la prostituzione e quelle nel mio quartiere di viale Milano?
Penso sia l'ora di darsi tutta una svegliata se non vogliamo che Vicenza diventi un covo di no global.
Giovanna Dal Dosso
Ho letto sul suo giornale che in via Rossi, ai Ferrovieri, aprirà un nuovo centro sociale. Vorrei porre l'attenzione, da residente in zona, sull'impatto che avrebbe sulla vita di ogni giorno dei cittadini dei Ferrovieri.
L'ex-bocciodromo si trova alla fine di una strada chiusa, a pochi passi da molte abitazioni.
Mi chiedo quindi se il Sindaco, assegnando il bando a quelle associazioni, abbia pensato all'impatto che questa apertura avrebbe prima di tutto sulla tranquillità della zona, per non parlare poi della conseguente svalutazione immobiliare.
Inoltre, essendo uno dei tanti “nonni" che aiutano i propri figli a crescere i nipoti, in campagna elettorale ero stato convinto a votare l'attuale sindaco proprio per la sua promessa di aprire un centro giovanile in cui i tanti futuri cittadini potessero esprimere la propria vitalità in modo corretto e educativo.
Mi chiedo ora se per “centro giovanile" il Sindaco che ho votato intendesse “centro sociale". Se l'avesse detto chiaramente io sicuramente non gli avrei ! assegnato! la mia fiducia. Spero ancora che il Sindaco cambi idea e mantenga le promesse.
Gabriele Santolin
giovedì 21 gennaio 2010
Lasciamo che i figli apprendano da padri e madri e nonni
LA POLEMICA SUL RECUPERO DELLA TRADIZIONE ORALE E DIALETTALE IN VENETO
Lasciamo che i figli apprendano da padri e madri e nonni
FERDINANDO CAMON
S i prova simpatia per la nonna che, ricevendo la visita del nipotino, nella casa di riposo di Noventa Padovana, gli canticchia filastrocche in dialetto veneto. Così facendo gli trasmette il proprio mondo: è, non sembri un concetto smisurato rispetto al fatterello, un modo per non morire. Noi tutti sentiamo che non moriamo interamente se depositiamo le nostre memorie, la nostra vita, nel cervello di chi sopravvivrà. È per questo che si scrivono i libri.
Se è possibile un altro salto ancora: è da qui che i Greci ricavarono il mito di Edipo. Il padre di Edipo aveva ricevuto ordine dal dio di non generare figli, ma lui sentiva che morire senza figli vuol dire morire completamente. Quindi generò Edipo. Il dio s’infuriò e punì lui (facendolo uccidere dal figlio), la madre (facendola sposare dal figlio), i figli del figlio. Ma torniamo a noi. Se quella nonna non consegna le filastrocche dialettali al nipotino, la piccola sapienza di quelle cantilene va perduta per sempre. A scuola, la maestra ha avuto l’idea di assegnare come compito agli scolari quello di trascrivere una poesiola dall’italiano in dialetto e un’altra dal dialetto in italiano. Ne è nato un pandemonio: questo è leghismo, è anti-italianità, e poiché nella scuola ci sono anche bambini stranieri, è anti-ospitalità. Ma ragioniamo.
La nonna che insegna filastrocche al nipotino è uno dei pochissimi casi in cui una cultura vien trasmessa per via verticale, da una generazione precedente a una successiva.
Non succede quasi più. I figli non apprendono dai padri, per via verticale, ma dagli amici, per via orizzontale. Questo ha una conseguenza di portata immensa: muore la tradizione. Tradizione vuol dire trasmissione del sapere, in modo che il sapere dei figli erediti il sapere dei padri. Nel Veneto, la generazione dei padri, e ancor più quella dei padri dei padri, era molto religiosa: era nota, apprezzata o derisa, per questo. Adesso nella generazione dei figli ci sono troppi irreligiosi. Quando mi chiedono qual è la più grande trasformazione del Veneto o delle Venezie (che ora si chiamano Nord-Est), in questo mezzo secolo, indico questa. Non il paesaggio, non la ricchezza, non l’immigrazione. Troppi figli non sono figli dei padri. Hanno altre origini e vivono altre vite.
La vita dei padri non la conoscono: né la vita intesa come biografia né la vita intesa come storia: il passato rischia di perdersi. È un peccato, perché c’è tanta grandezza in quel passato: l’intera nazione vede l’uomo veneto come oligofrenico, dialettofono, casalingo, docile, bestia da soma. L’uomo veneto non è mai stato così. È stato un uomo abitato da valori immensi, Dio, il diavolo, il dovere, il lavoro, il risparmio, il culto dei morti, il rispetto dell’autorità in famiglia e nella società. Tutto questo è depositato nella tradizione orale, e recuperarne qualche squarcio è salvifico per l’ultima generazione, quella dei bambini: lasciamo che la imparino, ne riceveranno un bene. Manteniamo il ponte fra quel nipotino e quella nonna. Ci sono tanti cinesini in classe? E perché non guidare anche loro a recuperare qualcosa, quel che possono, della vita dei loro nonni? Un bambino italiano racconta la sua nonna, un bambino cinese fa altrettanto con la propria, e così s’incontrano.
Reprimendo questi recuperi delle origini, in classe nessuno incontra nessuno. Perché in quella classe non c’è nessuno. È vuota.
